Storie Bellariesi

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Tra le spiagge di Bellaria Igea Marina e i boschi di Pugliano si consumò, durante l’occupazione nazifascista, una straordinaria vicenda di coraggio e solidarietà. Ezio Giorgetti (1912-1970) e Osman Carugno (1903-1975), con l’aiuto degli abitanti del luogo, riuscirono a mettere in salvo un gruppo di ebrei in fuga. Giorgetti e Carugno per il loro impegno saranno riconosciuti da Israele “Giusti tra le Nazioni“.

11 settembre 1943, l’inizio della storia

È l’11 settembre 1943, tre giorni dopo l’armistizio. Bellaria è ancora sotto il controllo fascista e i tedeschi presidiano la zona con un contingente di fanteria accampato lungo l’argine del fiume Uso. Un camion si ferma sul lungomare davanti all’hotel Miramare. A bordo ci sono 27 ebrei, in gran parte di origine slava, fuggiti dal campo di internamento di Asolo, vicino a Treviso.

La loro speranza è raggiungere il sud liberato, ma per il momento stabiliscono di fermarsi un paio di settimane sulla Riviera, in attesa del passaggio del fronte, attestato alle porte di Rimini.

Hanno con sé una lettera di presentazione della contessa Chiara Fietta1 di Asolo, cliente affezionata dell’hotel Miramare. Nel testo la contessa chiede che vengano ospitati “alcuni profughi stranieri”, suoi amici, senza specificare la loro vera identità.

Giovanni Giorgetti, proprietario del Miramare, rifiuta però di accoglierli. Li indirizza invece a una pensione di Igea Marina. Ma il destino vuole che, lungo il tragitto, il gruppo incontri Ezio Giorgetti, figlio di Giovanni, che decide di portarli nel suo albergo, l’Hotel Savoia (oggi Hotel Bristol), a pochi passi dal Miramare.

La fiducia e il coraggio

Giorgetti arriva d’istinto a voler proteggere questo gruppo di Ebrei. Quando scopre che sono ebrei, dopo 5 o 6 giorni che li ha in albergo, lui non se la sente di mandarli via e lì nasce tutta la sua storia, fatta anche di tentennamenti, di indecisioni ma alla fine sente che rimanere indifferente l’avrebbe reso complice. Il maresciallo Carugno dopo l’8 settembre resta a Bellaria come comandante della stazione dov’era, come punto di riferimento per il paese e prende immediatamente contatti con la resistenza. Nasce così questo tandem tra Giorgetti e Carugno che dura 13 mesi.

Emilio Drudi

Col passare dei giorni, altri profughi si uniscono al gruppo, che arriva a contare 38 persone. Per non attirare l’attenzione rimangono nascosti per la maggior parte del tempo all’interno del Savoia, riducendo al minimo i contatti con gli abitanti del paese. Ogni dettaglio può tradirli: per questo decidono di seppellire nel giardino dell’albergo una cassetta contenente documenti, fotografie e oggetti personali che potrebbero rivelare la loro identità.

Ma la situazione in paese si fa sempre più difficile, i tedeschi occupano alberghi e case private e insediano il loro comando militare all’hotel Milano a pochi passi dall’albergo Savoia. Quello che sembrava un rifugio sicuro diventa improvvisamente un luogo esposto, sotto gli occhi del nemico.

Dal Savoia alla pensione Esperia, poi verso l’entroterra

Alla fine di ottobre, la situazione a Bellaria si fa troppo rischiosa. Ezio Giorgetti e Osman Carugno decidono quindi di trasferire il gruppo di profughi a Igea Marina, nella pensione Esperia di via Ovidio. L’edificio è chiuso e i rifugiati non devono mai farsi vedere: vivono giorni di silenzio, con le serrande abbassate e senza alcun contatto con l’esterno.

La permanenza all’Esperia, però, è difficile e dura appena pochi giorni.

Tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre, diventa chiaro che l’unica speranza è spostarsi nell’entroterra, considerato un luogo più sicuro rispetto alla costa sotto stretto controllo tedesco

Sul luogo del nuovo rifugio ci sono due teorie.

Nel suo libro Drudi sostiene che furono portati in un casolare a Capanni, nell’alloggio del fattore di uno dei poderi della tenuta di Villa Torlonia di San Mauro Pascoli. Un casale accanto a una piccola chiesa, sulla destra del fiume Rubicone nel Comune di Savignano.

Diverso il ricordo di Emilio Pasolini, segretario del vescovo di Rimini Vincenzo Scozzoli. Pasolini, che incontrò e diede assistenza al gruppo di ebrei sin da quando erano al Savoia, ricorda che il gruppo fu ospitato nel palazzo di Villa Torlonia:

“Da Bellaria, non so perché, forse per non correre rischio di essere scoperti, furono trasferiti nel palazzo della Torre di San Mauro, che era del principe Torlonia. Lì c’era anche bisogno di arredamento. Io gestivo allora a Rimini una Casa di esercizi, che allora non funzionava, presi una trentina di materassi, coperte e biancheria, e portai tutto a loro. Mi furono molto grati per questo. Anche qui li visitavo ogni tre quattro giorni, sempre servendomi della mia bicicletta. (…) Mentre erano nascosti nella Torre di San Mauro avvenne un fatto molto preoccupante. In una parte del palazzo rimasta libera venne ad insediarsi un comando tedesco. Allora si regolarono così: quelli che parlavano italiano comparivano come profughi del Comune di Barletta e potevano muoversi; quelli che non sapevano l’italiano stavano rinchiusi in casa”3

Con l’arrivo dell’inverno la vita al casolare, o a Villa Torlonia …, diventa sempre più dura. Per il freddo e le precarie condizioni igieniche molti iniziano ad ammalarsi.

A sostenere il gruppo interviene Giuseppe Olivi, farmacista di Bellaria. Porta medicine e consigli preziosi, pur essendo stato capo della delegazione municipale fascista tra il 1942 e il 1943. Ma Olivi conosce la verità: Ziga Neumann gli ha rivelato che si tratta di famiglie ebree e, in segno di fiducia, gli ha consegnato una lettera da spedire se gli fosse accaduto qualcosa. Quella lettera riemergerà cinquant’anni dopo, nel 1994 (memoriale Neumann).

Tra i rifugiati, Joseph Konforti si ammala gravemente. Le sue condizioni richiedono un ricovero urgente: un rischio enorme, perché significa uscire dall’anonimato e affidarsi a strutture ufficiali. Grazie all’aiuto del direttore Achille Franchini, Konforti viene accolto all’ospedale di Santarcangelo. Resterà lì per tre settimane, curato in segreto in una stanza riservata. Un gesto di coraggio che, ancora una volta, mette in luce come la complicità silenziosa di tanti uomini sia stata decisiva per la sopravvivenza del gruppo.

L’ordinanza n.5 del Ministero degli Interni

Il 30 novembre 1943 il Ministero degli Interni emanò l’ordinanza n. 5, che stabiliva l’arresto e la deportazione di tutti gli ebrei nei campi di concentramento e la confisca dei loro beni. Un documento che fotografa il clima di terrore di quei mesi e rende evidente i rischi enormi affrontati non solo dal gruppo di profughi nascosti, ma anche da chi aveva scelto di aiutarli, mettendo in gioco la propria vita.

I “nuovi” documenti falsi

Uno dei problemi più urgenti riguarda i documenti. Gli ebrei hanno nascosto i propri, seppellendoli in una cassetta nel giardino dell’albergo Savoia. Ma senza carte d’identità o tessere annonarie, in caso di un controllo sarebbero scoperti immediatamente. Occorre trovare documenti falsi, ed è qui che entra in gioco una piccola rete di complicità.

Quattro persone vengono in aiuto a Giorgetti e Carugno.

La prima è Giuseppe Rubino, commerciante originario di Barletta che vive a Milano. Rifugiatosi con la famiglia a Bellaria, abita in una casetta vicino al Savoia e ha fatto amicizia con Joseph Konforti. Sarà lui a procurare un falso timbro del Comune di Barletta che con l’aiuto di Piero Angelini, incisore di Rimini, verrà utilizzato per autenticare le nuove carte d’identità e le tessere annonarie.

A sostegno di questa operazione intervengono anche Alfredo Giovannetti, segretario comunale di San Mauro Pascoli (paese natale di Ezio Giorgetti) e Virgilio Sacchini, commissario prefettizio di Savignano sul Rubicone. Sono loro a procurare le carte di identità e le tessere annonarie “in bianco” che verranno poi compilate.

Per proteggere il gruppo vengono italianizzati i cognomi: Konforty diventava Conforti, Normann diventa Napoletano, Pick diventava Piccoli, ecc.

Tutti i documenti vengono intestati a cittadini di Barletta, città già liberata dagli Alleati, così da rendere impossibili i controlli da parte dei tedeschi.

Il gruppo si trasferisce all’hotel Italia

Il rigido inverno rende impossibile la permanenza a Capanni, o a Villa Torlonia. Serve un nuovo trasferimento e la soluzione la propone Carugno: l’albergo Italia di Cino Petrucci.

L’albergo si trova in via Panzini, quasi di fronte alla stazione E’ aperto ma poco frequentato.

Ezio Giorgetti conosce il proprietario, Petrucci, uomo di simpatie fasciste, ma sa che può fidarsi della sua discrezione. Per Petrucci, infatti, quel gruppo, ormai ridotto a 34 persone, non è altro che un gruppo di turisti, preziosi perché fuori stagione. Li considera semplici italiani, amici personali di Giorgetti e del maresciallo Carugno, e non scoprirà mai la loro vera identità.

Alla fine di gennaio il trasferimento è completato. All’albergo Italia i rifugiati vivono giorni relativamente sereni, ma la prudenza è d’obbligo: la struttura è frequentata da fascisti e militari tedeschi, e ogni passo falso potrebbe essere fatale.

“Una decisione piuttosto ardita”, ricorda Joseph Konforti, “poiché Petrucci era di idee fasciste, e alcune camere dell’albergo erano destinate proprio a tedeschi e a camerati di passaggio. Tuttavia, la possibilità che degli ebrei cercassero rifugio nella stessa struttura in cui si trovano tedeschi e fascisti era talmente impensabile da non suscitare sospetti. Petrucci non sapeva chi eravamo veramente e non si accorse che non eravamo italiani. […] La paura ci accompagnava sempre: bastava che arrivasse in albergo un estraneo e ci sentivamo in pericolo, perché non sapevamo chi fosse, ne il motivo del suo arrivo. Avevamo istruito tutti i componenti del nostro gruppo che, se venivano interpellati, dovevano indicare la porta della cucina e dire “cucina”, perché lì si trovavano spesso Petrucci, la moglie o qualcun altro che potesse rispondere ad eventuali domande; nel frattempo noi avremmo potuto nasconderci. […] Noi adulti passeggiavamo solo in vie poco trafficate, mentre i bambini potevano muoversi più liberamente sia in giardino che in paese, ma tutti avevamo il divieto assoluto di parlare con gli italiani, perché si sarebbero accorti presto che, a parte mio suocero ed io, nessuno conosceva la lingua ed avrebbero immediatamente capito che i nostri documenti erano falsi”.

Josef Konforti, Estratto dal diario di guerra – Falcioni A. e altri, Storia di Bellaria,– Bordonchio, Igea Marina – Vol. III, Ghigi, Rimini 1994.

Nel frattempo, la situazione in paese si aggrava di giorno in giorno. Il fronte si avvicina e i tedeschi trasformano Bellaria Igea Marina in una postazione militare: costruiscono bunker, fortificazioni e sbarramenti anti-sbarco lungo la spiaggia. Minacciano inoltre di demolire duecento case e di evacuare tutti i residenti dall’area compresa tra il porto e la stazione. La tensione tra gli abitanti cresce, e il rischio di denunce o sospetti diventa sempre più alto.

Il trasferimento a Pugliano

Questa volta la soluzione la propone Giannetto Filippini, cugino di Ezio Giorgetti, macellaio e commerciante molto conosciuto in città. E’ a conoscenza della storia, gliene ha parlato Ezio. Filippini consiglia la villa Battelli (villa Labor) a Pugliano, frazione del comune di Montecopiolo, a 45 chilometri da Bellaria e a pochi chilometri da San Marino. L’edificio, un albergo in ristrutturazione, è vuoto e può diventare il rifugio ideale.

La soluzione piace, trovato l’accordo con la contessa Battelli (2.200 lire al mese, pagati da Ezio Giorgetti) si decide di partire.

Lo sgombero forzato dalla fascia minacciato dai tedeschi è imminente, tanti bellariesi cercano riparo nell’entroterra. Anche Giuseppe Rubino, Cino Petrucci e le loro famiglie si unisco al gruppo in partenza. Petrucci di fatto “trasferisce” l’albergo Italia a Pugliano arredando villa Battelli per ospitare gli sfollati.

Il trasloco non è semplice: servono più viaggi, ma tutto procede senza incidenti. Nei primi giorni di maggio 1944 l’intero gruppo si trova a Pugliano. Per tutti gli abitanti del luogo sono soltanto famiglie sfollate dalla costa; nessuno, tranne Rubino, conosce la loro vera identità.

L’ordine di evacuazione di Bellaria scatta ufficialmente il 3 maggio: devono abbandonare le loro case 200 persone a Igea Marina e oltre 2000 a Bellaria.

Anche Giorgetti e Carugno devono pensare alle proprie famiglie. Ezio porta la moglie Libia e le bambine in un casale a Fiumicino, piccolo borgo sul Rubicone. Il maresciallo Carugno rimane al comando della stazione dei Carabinieri, ma trasferisce la moglie Linda e i figli a Tavoleto, nell’entroterra di Pesaro, paese d’origine della consorte.

La solidarietà di Pugliano Vecchio

Il fronte continua ad avanzare, inesorabile. A metà luglio i tedeschi requisiscono anche villa Battelli: bisogna organizzare l’ennesimo spostamento in una situazione sempre più complicata e pericolosa.

Questa volta in soccorso giungono gli abitanti di Pugliano Vecchio, piccolo villaggio in posizione isolata a un chilometro di distanza dalla villa. Le famiglie che vi abitano, una quindicina, hanno conosciuto gli sfollati di villa Battelli che spesso raggiungo il piccolo borgo durante le loro passeggiate e senza esitazione aprono le porte delle loro case. Mettono a disposizione non solo i rifugi, ma anche il poco cibo che hanno, condividendo rischi e sacrifici.

La testimonianza di Joseph Konforti : “Gli abitanti di Pugliano Vecchio liberarono ognuno a casa propria una stanza, la pulirono, la imbiancarono, e ci misero a disposizione lo stesso numero di camere che avevamo all’albergo. Una casa fu liberata completamente e ci sarebbe servita da cucina e da sala da pranzo… fecero una buca profonda al centro del paese, la coprirono con una specie di armadio con la porta, e lì potevamo fare i nostri bisogni. Quando si riempiva troppo, la vuotavano e adoperavano il contenuto per concimare la terra. Dividevano con noi tutto quello che avevano. C’era sempre latte, c’erano galline e quindi uova tutti i giorni, e in più c’era la fonte della polenta. Tutti avevano carne conservata nei solai. Ci saremmo divisi tutto, nel bene e nel male. La proposta ci commosse e ci sorprese molto… E così un giorno, con l’aiuto dei contadini e con i carri dei buoi, tutto l’”albergo” si trasferì a Pugliano Vecchio… Ognuno di noi trovò la propria stanza pulita e imbiancata… Ripeto: era puro sentimento umano“.

La liberazione

A Pugliano Vecchio il gruppo vivrà ancora momenti di pericolo, ma il 24 settembre 1944 la libertà arriva nelle forme di una pattuglia di soldati inglesi accompagnati dai partigiani italiani.

Dopo oltre un anno di clandestinità, la comunità si divide. La maggior parte dei profughi si dirige verso Bari, dove gli Alleati stanno concentrando i rifugiati provenienti dalla Jugoslavia. Josef Konforti, però, decide di trattenersi: vuole rivedere i due uomini che più di tutti hanno reso possibile la salvezza del gruppo, Ezio Giorgetti e Osman Carugno, che non vede da mesi.

Il destino gli concede almeno un incontro. In una Rimini devastata dai bombardamenti, Josef ritrova Ezio Giorgetti. Insieme rientrano a Bellaria, anch’essa duramente colpita, soprattutto nella zona del porto. Si recano all’Hotel Savoia, gravemente danneggiato, e lì cercano la cassetta sepolta mesi prima in giardino, contenente documenti e ricordi di tutti i componenti del gruppo. La cassa viene ritrovata, ma è vuota …

Il giorno seguente, Josef riprende il viaggio. Raggiunge gli altri profughi ad Ancona, tappa intermedia verso Bari, con il rammarico di non essere riuscito a incontrare il maresciallo Carugno. Da Bari, infine, partirà per la Palestina.


Il dopoguerra

Ezio Giorgetti riapre il Savoia che a metà degli anni ’50 viene completamente ristrutturato e ingrandito e cambia il nome in Bristol.

Osman Carugno non ritorna a Bellaria. Gli viene assegnato il comando della stazione di Viserba poi verrà richiamato a Rimini come capo della squadra di polizia giudiziaria.

Ziga Neumann apre uno studio legale a Tel Aviv e torna a fare l’avvocato.

Joseph Konforti lavora nel commercio, è l’unico del gruppo a rimanere in contatto con Giorgetti.

Giusti tra le Nazioni

Ezio Giorgetti e Osman Carugno vengono riconosciuti Giusti tra le Nazioni rispettivamente il 5 maggio del 1964 (primo italiano) e il 14 aprile del 1985.

Il tardivo riconoscimento dei meriti di Osman Carugno

Tra il riconoscimento attribuito a Ezio Giorgetti e quello ad Osman Carugno passano ben 21 anni. Una distanza di tempo che lascia perplessi, considerando quanto i due avessero collaborato fianco a fianco nella salvezza del gruppo. Come mai?

La risposta arriva dalle parole di Joseph Konforti:

“Inizialmente avevo capito che io o la mia famiglia potevamo chiedere il titolo di “Giusto” soltanto per una persona. Noi lo avevamo già fatto per Giorgetti, mentre tutti li altri del gruppo non sapevano quasi nulla del maresciallo Carugno perché lui, per motivi di sicurezza, durante quell’anno di vita in clandestinità, parlava soltanto con me e mio suocero. Per questo il suo nome non era stato segnalato e la sua opera era rimasta sconosciuta in Israele.”

Quando Konforti capì che era possibile avanzare una nuova richiesta, segnalò anche il nome di Carugno alla Commissione dei Giusti di Yad Vashem. Ma il tempo trascorso rendeva tutto più difficile: molte testimonianze erano ormai perdute, molti dei protagonisti, tra cui Giorgetti e Ziga Neumann, erano morti, altri erano emigrati negli Stati Uniti.

Nonostante gli ostacoli, lo sforzo fu premiato. Il 14 aprile 1985 Yad Vashem riconobbe ufficialmente Osman Carugno come Giusto tra le Nazioni. Purtroppo, lui non poté assistere a quell’onore: era morto dieci anni prima, nel 1975.

Il memoriale di Neumann

Nel marzo del 1944, mentre il gruppo si trova all’Albergo Italia, Ziga Neumann affida a Giuseppe Olivi, amico e farmacista, una busta contenente una lettera con la promessa che sarebbe stata spedita a Gerusalemme nel caso in cui fosse caduto nelle mani dei tedeschi o dei fascisti. La lettera, redatta tra il 4 e il 16 marzo 1944, rappresenta una testimonianza diretta dei timori, delle speranze e della clandestinità vissuta dal gruppo.

La busta resta custodita nella cassaforte di Olivi fino al 1994, quando viene ritrovata dalla figlia Laura. Durante un viaggio a Gerusalemme, Laura incontra casualmente il marito di Ruth, nipote di Neumann e protagonista dell’avventura degli ebrei fuggiti da Asolo, e gli mostra la lettera. La scoperta diventa presto di dominio pubblico, suscitando grande commozione in Israele.

L’originale del memoriale è oggi conservato nell’archivio storico di Yad Vashem. Chi desidera consultarlo può trovarne trascrizione nel libro di Emilio Drudi, Un cammino lungo un anno, a pagina 109.

L’elenco delle persone salvate

L’elenco degli ebrei rifugiati a Bellaria e Pugliano, secondo la testimonianza resa da Joseph Konforti nel dicembre del 1963 al Centro documentazione del museo Yad Vashem di Gerusalemme, integrata dagli archivi del campo di internamento di Asolo, studiati da Daniele Ceschin e pubblicati dall’Istresco di Treviso5.



Nel Parco del Gelso di Igea Marina alla memoria di Ezio Giorgetti e Osman Carugno, sono intitolate due piazzette.

Nel settembre 2023 viene realizzato un murale sulla parete del Comune di Bellaria Igea Marina che ritrae Ezio Giorgetti e Ziga Neumann. L’autore è l’artista Edoardo Ettorre.

La memoria

La vicenda di Ezio Giorgetti e Osman Carugno ci ricorda quanto il coraggio individuale e la solidarietà possano fare la differenza di fronte all’ingiustizia e alla violenza. Anche a distanza di decenni, il loro impegno resta un esempio di umanità, discrezione e responsabilità civile. I riconoscimenti tardivi, come quello assegnato a Carugno, sottolineano quanto sia importante ricercare e preservare la memoria storica. Ricordare per trasmettere alle nuove generazioni il valore della solidarietà, del coraggio e della difesa della dignità umana, anche nei momenti più bui della storia.


per approfondire

I miei ricordi, il memoriale di Joseph Konforti scritto in Israele nel 1995, tradotto in italiano e conservato presso il Laboratorio di documentazione e ricerca sociale del Comune di Bellaria Igea Marina.

Lidia Maggioli – Antonio Mazzoni, Spiagge di lusso – Antisemitismo e razzismo in camicia nera nel territorio riminese, Panozzo Editore, 2016, pagine 230-244.

fonti

note

  1. J. Konforti nel suo memoriale la ricorda come “Clara Fieta” ↩︎
  2. Foto tratta dall’articolo “Ezio Giorgetti, Giusto fra le Nazioni” di Elisabetta Santandrea ilnuovo.rn.it/ezio.html ↩︎
  3. Angelo Turchini, Per la libertà e la democrazia antifascismo e resistenza a Rimini e nel riminese (1943 – 1944), Il Ponte Vecchio, 2015, pag.262 (in originale B. Ghigi, La guerra a Rimini e sulla linea gotica dal Foglia al Marecchia: documenti e testimonianze, 1980, pp 274-276 ↩︎
  4. Foto tratta dall’articolo “Ezio Giorgetti, Giusto fra le Nazioni” di Elisabetta Santandrea ilnuovo.rn.it/ezio.html ↩︎
  5. Emilio Drudi, Un cammino lungo un anno. Gli ebrei salvati dal primo italiano “Giusto tra le Nazioni”, Giuntina, Firenze 2012, pagina 127 ↩︎

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Commenti

2 risposte a “Bellaria Igea Marina – Pugliano: la storia degli ebrei salvati da Ezio Giorgetti e Osman Carugno”

  1. Avatar Nathan
    Nathan

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    1. Avatar Claudio Pasolini

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