Storie Bellariesi

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I dirigibili sono veicoli che suscitano meraviglia ancora oggi. Possiamo immaginare lo stupore dei bellariesi che, nel 1910, videro passare sopra le loro teste il dirigibile N.2 del Regio Esercito, la prima macchina volante che sorvolò la nostra città.

Il dirigibile N.2

Il dirigibile N.2 rappresentò un significativo progresso nella storia dell’aeronautica italiana. Inaugurato nel 1910, con i suoi 60 metri di lunghezza, 18 metri di diametro, una cubatura di 4.400 metri cubi e l’involucro in cotone gommato, offre una dimostrazione della competenza ingegneristica raggiunta in Italia all’inizio del XX secolo.

La velocità di 50 km/h, modesta se confrontata con gli standard moderni, costituiva allora un traguardo notevole, capace di ridurre a poche ore viaggi che in precedenza richiedevano giorni. Un equipaggio di quattro persone era incaricato di manovrare il dirigibile e di mantenere le operazioni di volo, un compito che richiedeva notevole abilità e coordinazione.

Questo dirigibile fu il secondo costruito in Italia. Il N.1, il primo pioneristico dirigibile, si era levato in aria solo due anni prima, il 3 ottobre 1908.

Concepito per finalità militari, nel 1911 l’N.2 – ribattezzato P2 – parteciperà alla guerra di Libia, compiendo i primi bombardamenti aerei della storia. Un episodio che segnò un ulteriore progresso tecnologico, ma anche un triste presagio delle guerre future.

L’aeronave prestò servizio fino al 1914, anno in cui fu definitivamente smantellata alla vigilia della Prima Guerra Mondiale.

29 settembre 1910, la partenza

All’alba del 29 settembre 1910, alle 4.35 precise, il dirigibile N.2 si staccò da terra nel cantiere aeronautico di Vigna di Valle, sul lago di Bracciano. Sebbene ufficialmente si trattasse di un volo di prova, l’evento rivestiva una grande importanza: all’inizio del Novecento le aeronavi erano considerate la vera frontiera del futuro, capaci di rivoluzionare non solo le strategie militari, ma anche il trasporto civile a lunga distanza.

L’impresa ebbe una risonanza mediatica enorme. Per giorni i principali quotidiani nazionali seguirono il raid con titoli in prima pagina e inviati speciali incaricati di redigere una cronaca quotidiana, tappa per tappa.

Questo l’itinerario previsto: dopo il decollo dal Lazio, il sorvolo di Umbria e Toscana toccando Orvieto, Chiusi ed Arezzo, il valico degli Appennini al Passo di Viamaggio e la discesa verso la Romagna tra Santarcangelo e Bellaria, per poi risalire la costa adriatica fino a Venezia.

In questo piano di volo, Bellaria rivestiva un ruolo logistico e strategico fondamentale: nella spiaggia di fronte alla stazione era stato infatti allestito il punto di rifornimento di idrogeno e benzina, una sosta indispensabile prima dell’ultimo tratto di sorvolo costiero verso la laguna veneta.

L’equipaggio del dirigibile era così composto:

  • I° Tenente di Vascello Scelsi Guido – Comandante
  • Tenente di Vascello Ponzio Emanuele – Timoniere
  • Tenente del Genio Munari Emilio – Macchinista
  • Signor Cecioni Natale – Meccanico

Tra i protagonisti del volo del dirigibile N. 2 vi era il meccanico Natale Cecioni, che diciotto anni più tardi avrebbe preso parte alla spedizione polare del dirigibile Italia, guidato da Umberto Nobile, diventando uno dei sopravvissuti alla drammatica vicenda della Tenda Rossa.

itinerario dirigibile N.2
Il piano di volo del dirigibile N.2 (da “Palloni, Dirigibili ed Aerei del Regio Esercito 1884-1923”)

Ad Arezzo, un guasto alle eliche costrinse il comandante a un atterraggio avventuroso.

L’atterraggio sul fiume Uso e l’abbraccio della folla

Completate le riparazioni, alle 9.30 del 30 settembre il dirigibile ripartì alla volta di Bellaria. Tuttavia, a pochi chilometri da Santarcangelo, un ulteriore guasto a un’elica costrinse il comandante a un atterraggio imprevisto in uno slargo lungo il fiume Uso, che il comandante, nel suo rapporto di viaggio, indica come Rubicone.

Il dirigibile fu trascinato a mano lungo il letto del fiume fino a uno spiazzo più adatto, dove fu possibile mettere in sicurezza l’aeronave ed effettuare i lavori necessari.

In una delle immagini, la sagoma di Palazzo Marcosanti ha permesso di determinare la zona di atterraggio: siamo in località Camerano, a Poggio Torriana (Poggio Berni), nei pressi della chiesa di Santa Maria Annunziata e del cimitero.

“Da tutta Romagna accorse a Sant’Arcangelo una folla straordinaria, a stento trattenuta da oltre 300 uomini di truppa arrivati da Rimini. La mattina del 1 ottobre, le piccole riparazioni ed il rifornimento erano compiuti (…), fra le acclamazioni di un trentamila persone (sic), dopo un
momento di incertezza tra nord e ponente, il dirigibile riprese la sua marcia, navigando a circa venti metri al disopra del mare”
(L’Illustrazione Italiana, N. 40, 2 ottobre 1910, p. 350)

Estratto del rapporto di viaggio del comandante del dirigibile N. 2

Le due immagini riproducono un estratto del rapporto nel quale il comandante Guido Scelsi, il 6 ottobre 1910, descrive l’inconveniente verificatosi durante il viaggio e le operazioni effettuate sul “Rubicone” per consentire la ripartenza del dirigibile. (Palloni, Dirigibili ed Aerei del Regio Esercito 1884-1923, p. 307-315)

Trascrizione:

Valicata tutta la catena degli Appennini, e proprio mentre stavo per abbassarmi lentamente sul piano, lo stesso inconveniente che era occorso ad Arezzo incominciò a verificarsi. L’articolazione soprastante l’elica di sinistra incominciò ad abbassarsi nuovamente. Diressi per Bellaria sperando di raggiungere quel posto prestabilito di rifornimento; ma allorché fui a circa 5 Km. da S. Arcangelo, le pale dell’elica diedero un primo urto contro una fune. Fu la prontezza con la quale venne arrestato il motore che permise di evitare guai maggiori e di salvare funi ed eliche, una pala delle quali ebbe solamente una lievissima intaccatura senza importanza.

Operai la discesa staticamente su di una spianata del letto del fiume Rubicone che ritenni molto adatta allo scopo. Però trovandosi detta spianata lontana da vie carrozzabili, eseguii alla presenza della S.V., giunta subito sul posto, e dopo aver proceduto ad una ricognizione, il trasporto a mano del pallone lungo il letto stesso del fiume, in altra località più favorevole alle operazioni che si rendevano necessarie per la prosecuzione del viaggio.

Nel pomeriggio e durante parte della notte, mediante rami di abete rinforzammo definitivamente le articolazioni del trave, sicché al mattino seguente, dopo le necessarie rettifiche, ed il rifornimento eseguito coi carri cilindri giunti da Bellaria e da Arezzo, il pallone fu nuovamente in buon assetto di partenza. Questa ebbe luogo alle ore 12,35.

Diressi subito sul mare, e appena giuntovi feci prua per le foci di Po di Goro. La rotta era quasi parallela alla costa e ne distava 5 Km. circa. Senza incidenti percorsi a buona velocità tutto il tratto che corre fra Bellaria e Cagnavacca. Raggiunsi e sorpassai successivamente le due torpediniere di scorta “Aquila” e “Nibbio”, e che si trovavano dislocate rispettivamente a Bellaria…

La cronaca del Corriere della Sera: l’attesa a Bellaria e la discesa al Rubicone

A restituire l’atmosfera vibrante di quelle ore è l’inviato del Corriere della Sera nel suo reportage “Il raid del dirigibile N.2 da Roma a Venezia“ (1° ottobre 1910). Il cronista descrive una Bellaria in fervida attesa: il punto di rifornimento era allestito negli arenili dei principi Torlonia e persino dal tetto della stazione ferroviaria, dove lo stesso giornalista si era arrampicato per superare l’ostacolo degli alberi, la folla scrutava l’orizzonte.

L’imprevisto atterraggio sul fiume è raccontato con gustosi aneddoti d’epoca: dalla reazione dei contadini (una donna definì il dirigibile “un miracolo sceso dal cielo”), fino al curioso fermo di due impiegati svizzeri, cui vennero sequestrate le macchine fotografiche perché scambiati per spie a causa dell’accento esotico.

Ecco la trascrizione di una parte dell’articolo (si noti che il cronista identifica il fiume Uso con il Rubicone):

(…) Le notizie che rimandavano di giorno in giorno la partenza del dirigibile per il « raid » Roma-Venezia avevano aumentato l’attesa a Bellaria. L’orgoglio nazionale e lo spettacolo suggestivo e nuovo esercitavano un fascino irresistibile, e bastava un annunzio per far riversare nelle vie, salire sui tetti e sui punti elevati delle località che dovevano essere attraversate, la folla in attesa ansiosa del grande avvenimento. Nei giorni passati veicoli di ogni specie trasportarono spettatori in questa borgata quasi deserta, popolandola come per incanto di una moltitudine varia e festante. Vero si è che alle notizie della mancata partenza questa gente se ne andava delusa, ma il giorno dopo ritornava con la stessa fede e con la stessa costanza. Basta pensare che gli operai hanno preferito perdere mezza giornata di lavoro pur di assistere al passaggio. Il posto di rifornimento era stato stabilito in uno degli arenili di proprietà dei principi Torlonia, vicinissimo alla stazione ferroviaria, che sorge in mezzo a numerose ville popolate nella stagione estiva di numerosi bagnanti che qui convengono. Quando arrivo alle 6 sono già al loro posto, come gli scorsi giorni, due soldati della brigata specialisti del genio, che attendono con l’impazienza che dà il desiderio di vedere un gran sogno effettuato. Sono pronti i tre carri con l’idrogeno e la benzina pel rifornimento. Alle 7.15 è passato in automobile di servizio il colonnello Moris impartendo gli ordini opportuni. Particolare curioso: alle 8.55, circa un’ora dopo, arriva un telegramma con la firma Moris che ripete gli stessi ordini: se non che il telegramma reca la data di ieri a mezzanotte e proviene da Arezzo. 11 colonnello, da persona veramente pratica, non ha fatto gran conto del telegrafo, ed è arrivato ad impartire gli ordini in persona.
Alle 10 il tenente Penco giunge in gran fretta a dare l’annuncio che il dirigibile è partito alle 9. Il capostazione di Bellaria mette a nostra disposizione il tetto dell’edificio, perché possiamo avvistare senza che gli alberi ci impediscano la vista. Attendiamo scrutando l’orizzonte col cannocchiale da campagna fino alle 11 inutilmente. Non si vede nulla. Vero si è che gli Appennini si profilano non troppo distintamente sull’orizzonte coperto di un lieve velo di nebbia. Vedo da quella posizione elevata l’alto profilo dell’on. Samoggia in attesa pur esso con la famiglia che è qui in villeggiatura. Alle 11.20 si ode un grido: Eccolo! Eccolo! E’ un punte oscuro all’altezza approssimativa di 1200 metri e appena appena si discerne coi cannocchiali alto sulla cima dei monti di Carpegna, molto a ponente della Repubblica di San Marino. E’ il suo itinerario. Si avanza, si fa più distinto, eccolo sul monte San Giovanni in Galilea, fra Sogliano al Rubicone e Sant’Arcangelo. Lo si vede nella sua linea longitudinale, poi si abbassa, si abbassa ancora sino a che scompare. Siamo in trepidazione. Che cosa sarà successo? Il tenente Penco riparte precipitosamente mentre arrivano torme di ciclisti che recano notizie. Queste sono così arruffate che non comprendiamo nulla. Si parla di falla, di sgonfiamento, di incidenti più o meno gravi; si dice che il dirigibile verrà trasportato a braccia a Sant’Arcangelo.

Su la sponda del Rubicone
I carichi di rifornimento hanno l’ordine di partire immediatamente per Sant’Arcangelo. Senz’altro mi reco anch’io sul posto. Arrivo a Sant’Arcangelo alle 13.30. Vedo passare velocemente brigate di ciclisti avvolti nel polverone. I contadini indicano la strada: non importa neppure interrogarli. La località verso la quale ci avviciniamo è Camerano, un gruppo di casupole sulla sponda a ponente del fiume Rubicone, il fiume storico. Qui attese Cesare prima di marciare su Roma. Di mano in mano che ci avviciniamo la folla aumenta. I campanelli delle biciclette, squillano, le trombe degli automobili assordano. Carrozze, carretti, biroccini, tutto quanto può avere l’aria di un veicolo è stato requisito. La strada è angusta. E’ quella stessa che porta alle cave di gesso di Sogliano. Incontriamo operai e minatori. Passiamo il camposanto ornato di poche croci, ed ecco la spianata del Rubicone. Passiamo a guado i rigagnoli del fiume ed eccoci all’ombra del “miracolo sceso dal cielo”. Così lo definisce ammirazione di una vecchia contadina. Lo spettacolo è imponente. La valle da cui scorgersi la Repubblica di San Marino è coronata dal monte di San Giovanni in Galilea, dalle colline di Sogliano, da quella su cui sorge Sant’Arcangelo. In mezzo torreggia la sagoma imponente del dirigibile (…)

Le cause dell’atterramento
Nella traversata degli Appennini, l’aeronave incontrò allo sbocco del valico di Viamaggio, fra il monte Maggiore ed il monte Carpegna, forti correnti di aria che tendevano a spostarla continuamente dalla rotta prescritta. Il vento soffiava a raffiche, elevando dal fondo della gola rapidi mulinelli. La valle era stretta e le montagne offrivano con i loro fianchi irregolari e sassosi continui pericoli. Per non essere sbattuti sui fianchi della montagna, gli aeronauti sono stati costretti a inalzarsi prima a mille, poi a più di 1500 metri, gettando via tutta la zavorra che avevano a bordo. Il motore funzionava ottimamente, ma in alcuni momenti non riusciva a dominare la rotta. I colpi di vento spostavano continuamente la prua di traverso. Allora, come ultimo tentativo, gli aeronauti hanno cercato di inalzarsi sempre più, ma non avevano più zavorra: non rimanevano che i bidoni di benzina ed anche la maggior parte di quelli fu gettata via. Quando il dirigibile giunse sopra Sant’Arcangelo, non vi era più benzina sufficiente per arrivare fino a Bellaria, posto di rifornimento. Non vi era da esitare. Gli aeronauti decisero di atterrare presso Sant’Arcangelo dove avevano veduto dall’alto una località che si prestava ottimamente alla complicata manovra.
A Sant’Arcangelo il dirigibile fu visto comparire alle 11.15 al di sopra del vecchio osservatorio che porta il nome del celebre padre Denza. La discesa venne eseguita con una sicurezza meravigliosa. Dall’alto della torre dell’osservatorio il colonnello Moris osservava la manovra, ma prima che questa fosse terminata, egli era già corso sul posto per abbracciare il comandante Scelsi. I contadini richiesti d’aiuto sulle prime si rifiutarono, per timore del mostro che loro sovrastava, poi finirono per rassicurarsi e così si potè ormeggiare definitivamente il dirigibile.
La folla intanto aumenta attorno al dirigibile. Sono accorse persone da tutti i paesi vicini. A due signori, che prendevano fotografie del dirigibile furono sequestrate le macchine. Si trattava di due impiegati svizzeri di una ditta di Rimini, che per la loro pronuncia esotica avevano destato sospetti. Gli aeronauti hanno profittato della sosta per stringere alcuni fili presso l’elica e per far fare una lieve riparazione anche al tubo del «ballonet». Da Bellaria è giunto il rifornimento di zavorra e di benzina sicchè si ritiene certa la partenza del dirigibile per Venezia domattina all’alba.

La ripartenza, il passaggio a Bellaria e l’arrivo a Venezia

Alle 12.35 del 1º ottobre il dirigibile si levò nuovamente in volo dal fiume Uso, puntando verso Bellaria. Dopo una virata a sinistra, iniziò a seguire la linea della costa, offrendo agli spettatori a terra lo spettacolo inedito di una macchina volante che scivolava silenziosa sul mare. Il viaggio proseguì verso nord, non senza un ulteriore e avventuroso atterraggio d’emergenza a Porto Fossone che rese ancora più memorabile l’impresa.

Il raid, partito da Vigna di Valle(Roma) alle 4.35 del 29 settembre, si concluse ufficialmente con l’arrivo al cantiere di Campalto (Venezia) alle 11.50 del 2 ottobre 1910: un percorso totale di 501 chilometri, coperto a una velocità media di 38,50 km/h.

Nelle due immagini (fronte e retro) la cartolina commemorativa che celebra l’arrivo del dirigibile N.2 a Venezia. Sotto la sagoma del dirigibile si vede il campanile di S. Marco in ricostruzione dopo il crollo del 1902.

Cronologia sintetica del volo (29 settembre – 2 ottobre 1910)

  • 29 settembre, ore 4:35 – Partenza dal cantiere aeronautico di Vigna di Valle (Bracciano, Roma)
  • 29 settembre, ore 9:40 – Primo atterraggio d’emergenza ad Arezzo (guasto alle eliche)
  • 30 settembre, ore 9:30 – Ripartenza da Arezzo
  • 30 settembre, ore 11:50 – Secondo atterraggio d’emergenza sul fiume Uso (Camerano / Poggio Berni)
  • 1º ottobre, ore 12:35 – Ripartenza dall’Uso, passaggio sopra Bellaria e volo lungo la costa
  • 1º ottobre, ore 17:00 – Atterraggio d’emergenza a Porto Fossone / Chioggia
  • 2 ottobre, ore 10:35 – Ripartenza da Chioggia
  • 2 ottobre, ore 11:50 – Arrivo finale a Campalto (Venezia)

e’ dirigebil

“Mi ricordo, quando ero bambino, il racconto di un fortunoso atterraggio di un dirigibile, credo nei primi anni dieci, o nei primi anni venti, un atterraggio di fortuna, però non tragico, insomma, di un dirigibile. La cosa fu anche piuttosto spettacolare. Nella valle dell’Uso penso che fosse atterrato, e allora la parola dirigibile, che era una parola nuova, di un oggetto nuovo, fu tradotta in dialetto «e’ dirigebil»

Raffaello Baldini, L’ultima conversazione con Ennio Cavalli
a cura di Davide Argnani
(Ricordo di Raffaello Baldini apparso sul n. 19 della rivista letteraria «Confini» – Cesena
gennaio aprile 2005)

Un sentito ringraziamento a Massimo Bottini e Fiorenzo Faini della Società Operaia di Mutuo Soccorso di Santarcangelo di Romagna.


Bibliografia

Mengozzi Dino, Santarcangelo di Romagna e la sua gente : nelle fotografie degli ultimi cento anni, Sapignoli, 1985

Sadini Luciano, I dirigibili italiani, Automotoclub Storico Italiano, 2021


Articoli e periodici

Celli Daniele, Quando un dirigibile volò sulla valle dell’Uso, in «Il Ponte» — Consultabile su: www.ilponte.com/un-dirigibile-volo-sulla-valle-delluso

“Corriere della Sera“, 1° ottobre 1910. Articolo di cronaca: Il raid del dirigibile N.2 da Roma a Venezia.

“L’Illustrazione Italiana“, edizioni del 2 e del 9 ottobre 1910, Milano, Treves.

“L’Indipendente”, Anno XXXIV, N. 233, Trieste, 4 ottobre 1910. Articolo di cronaca: Dopo il viaggio del dirigibile N.2. Il resoconto degli ufficiali. Consultabile qui.



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