Storie Bellariesi

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I dirigibili sono veicoli che suscitano meraviglia ancora oggi. Possiamo immaginare lo stupore dei bellariesi che, nel 1910, videro passare sopra le loro teste il dirigibile N.2 del Regio Esercito, la prima macchina volante che sorvolò la nostra città.

Il dirigibile N.2

Il dirigibile N.2 ha rappresentò un significativo progresso nella storia dell’aeronautica italiana. Con i suoi 63 metri di lunghezza e una cubatura di 4.400 metri cubi, offre una dimostrazione della competenza ingegneristica raggiunta in Italia all’inizio del XX secolo.

La velocità di 50 km/h, modesta se confrontata con gli standard moderni, costituiva allora un traguardo notevole, capace di ridurre a poche ore viaggi che in precedenza richiedevano giorni. Un equipaggio di quattro persone era incaricato di manovrare il dirigibile e di mantenere le operazioni di volo, un compito che richiedeva notevole abilità e coordinazione.

Questo dirigibile fu il secondo costruito in Italia; il primo pioneristico dirigibile progettato dal conte Almerico da Schio si era levato in aria pochi anni prima, il 17 giugno 1905, a Schio in Veneto.

Concepito per finalità militari, nel 1911 l’N.2 – ribattezzato P2 – partecipò alla guerra di Libia, compiendo i primi bombardamenti aerei della storia. Un episodio che segnò un ulteriore progresso tecnologico, ma anche un triste presagio delle guerre future.

Il volo di prova, l’atterraggio a Santarcangelo e il passaggio a Bellaria

Il 29 settembre 1910, con partenza alle 4.35, il dirigibile N.2 intraprese il suo volo di prova seguendo questo itinerario: Vigna di Valle, Orvieto, Chiusi, Arezzo, San Sepolcro, Passo Via Maggio, Santarcangelo, Bellaria, Venezia, per un totale di 510 chilometri.

A Bellaria era previsto un rifornimento di idrogeno.

L’equipaggio era così composto:

  • I° Tenente di Vascello Scelsi Guido – Comandante
  • Tenente di Vascello Ponzio Emanuele – Timoniere
  • Tenente del Genio Munari Emilio – Macchinista
  • Signor Cecioni Natale – Meccanico

Un guasto alle eliche costrinse il Comandante Guido Scelsi ad un primo atterraggio di emergenza vicino ad Arezzo.

Completate le riparazioni, alle 9.30 del 30 settembre il dirigibile ripartì alla volta di Bellaria. Tuttavia, a pochi chilometri da Santarcangelo, un guasto a un’elica costrinse a un nuovo atterraggio imprevisto in uno slargo lungo il fiume Uso, che il comandante, nel suo rapporto di viaggio, indicò come Rubicone.

Il dirigibile venne quindi trascinato a mano lungo il letto del fiume fino a uno spiazzo più adatto, dove fu possibile effettuare le necessarie riparazioni.

“Da tutta Romagna accorse a Sant’Arcangelo una folla straordinaria, a stento trattenuta da oltre 300 uomini di truppa arrivati da Rimini. La mattina del 1 ottobre, le piccole riparazioni ed il rifornimento erano compiuti (…), fra le acclamazioni di un trentamila persone, dopo un
momento di incertezza tra nord e ponente, il dirigibile riprese la sua marcia, navigando a circa venti metri al disopra del mare”
2

Nell’articolo “Il raid del dirigibile N.2 da Roma a Venezia“, pubblicato sul Corriere della Sera il 1° ottobre 1910, il giornalista descrive come l’atterraggio a Bellaria fosse programmato sulla spiaggia vicino alla stazione e come lui stesso sia salito sul tetto della stazione per assistere all’arrivo del dirigibile.

Ecco la trascrizione di parte dell’articolo (il giornalista chiama Rubicone il fiume Uso):

(…) Le notizie che rimandavano di giorno in giorno la partenza del dirigibile per il « raid » Roma-Venezia avevano aumentato l’attesa a Bellaria. L’orgoglio nazionale e lo spettacolo suggestivo e nuovo esercitavano un fascino irresistibile, e bastava un annunzio per far riversare nelle vie, salire sui tetti e sui punti elevati delle località che dovevano essere attraversate, la folla in attesa ansiosa del grande avvenimento. Nei giorni passati veicoli di ogni specie trasportarono spettatori in questa borgata quasi deserta, popolandola come per incanto di una moltitudine varia e festante. Vero si è che alle notizie della mancata partenza questa gente se ne andava delusa, ma il giorno dopo ritornava con la stessa fede e con la stessa costanza. Basta pensare che gli operai hanno preferito perdere mezza giornata di lavoro pur di assistere al passaggio. Il posto di rifornimento era stato stabilito in uno degli arenili di proprietà dei principi Torlonia, vicinissimo alla stazione ferroviaria, che sorge in mezzo a numerose ville popolate nella stagione estiva di numerosi bagnanti che qui convengono. Quando arrivo alle 6 sono già al loro posto, come gli scorsi giorni, due soldati della brigata specialisti del genio, che attendono con l’impazienza che dà il desiderio di vedere un gran sogno effettuato. Sono pronti i tre carri con l’idrogeno e la benzina pel rifornimento. Alle 7.15 è passato in automobile di servizio il colonnello Moris impartendo gli ordini opportuni. Particolare curioso: alle 8.55, circa un’ora dopo, arriva un telegramma con la firma Moris che ripete gli stessi ordini: se non che il telegramma reca la data di ieri a mezzanotte e proviene da Arezzo. 11 colonnello, da persona veramente pratica, non ha fatto gran conto del telegrafo, ed è arrivato ad impartire gli ordini in persona.
Alle 10 il tenente Penco giunge in gran fretta a dare l’annuncio che il dirigibile è partito alle 9. Il capostazione di Bellaria mette a nostra disposizione il tetto dell’edificio, perché possiamo avvistare senza che gli alberi ci impediscano la vista. Attendiamo scrutando l’orizzonte col cannocchiale da campagna fino alle 11 inutilmente. Non si vede nulla. Vero si è che gli Appennini si profilano non troppo distintamente sull’orizzonte coperto di un lieve velo di nebbia. Vedo da quella posizione elevata l’alto profilo dell’on. Samoggia in attesa pur esso con la famiglia che è qui in villeggiatura. Alle 11.20 si ode un grido: Eccolo! Eccolo! E’ un punte oscuro all’altezza approssimativa di 1200 metri e appena appena si discerne coi cannocchiali alto sulla cima dei monti di Carpegna, molto a ponente della Repubblica di San Marino. E’ il suo itinerario. Si avanza, si fa più distinto, eccolo sul monte San Giovanni in Galilea, fra Sogliano al Rubicone e Sant’Arcangelo. Lo si vede nella sua linea longitudinale, poi si abbassa, si abbassa ancora sino a che scompare. Siamo in trepidazione. Che cosa sarà successo? Il tenente Penco riparte precipitosamente mentre arrivano torme di ciclisti che recano notizie. Queste sono così arruffate che non comprendiamo nulla. Si parla di falla, di sgonfiamento, di incidenti più o meno gravi; si dice che il dirigibile verrà trasportato a braccia a Sant’Arcangelo.


Su la sponda del Rubicone
I carichi di rifornimento hanno l’ordine di partire immediatamente per Sant’Arcangelo. Senz’altro mi reco anch’io sul posto. Arrivo a Sant’Arcangelo alle 13.30. Vedo passare velocemente brigate di ciclisti avvolti nel polverone. I contadini indicano la strada: non importa neppure interrogarli. La località verso la quale ci avviciniamo è Camerano, un gruppo di casupole sulla sponda a ponente del fiume Rubicone, il fiume storico. Qui attese Cesare prima di marciare su Roma. Di mano in mano che ci avviciniamo la folla aumenta. I campanelli delle biciclette, squillano, le trombe degli automobili assordano. Carrozze, carretti, biroccini, tutto quanto può avere l’aria di un veicolo è stato requisito. La strada è angusta. E’ quella stessa che porta alle cave di gesso di Sogliano. Incontriamo operai e minatori. Passiamo il camposanto ornato di poche croci, ed ecco la spianata del Rubicone. Passiamo a guado i rigagnoli del fiume ed eccoci all’ombra del “miracolo sceso dal cielo2. Così lo definisce ammirazione di una vecchia contadina. Lo spettacolo è imponente. La valle da cui scorgersi la Repubblica di San Marino è coronata dal monte di San Giovanni in Galilea, dalle colline di Sogliano, da quella su cui sorge Sant’Arcangelo. In mezzo torreggia la sagoma imponente del dirigibile (…)


Le cause dell’atterramento
Nella traversata degli Appennini, l’aeronave incontrò allo sbocco del valico di Viamaggio, fra il monte Maggiore ed il monte Carpegna, forti correnti di aria che tendevano a spostarla continuamente dalla rotta prescritta. Il vento soffiava a raffiche, elevando dal fondo della gola rapidi mulinelli. La valle era stretta e le montagne offrivano con i loro fianchi irregolari e sassosi continui pericoli. Per non essere sbattuti sui fianchi della montagna, gli aeronauti sono stati costretti a inalzarsi prima a mille, poi a più di 1500 metri, gettando via tutta la zavorra che avevano a bordo. Il motore funzionava ottimamente, ma in alcuni momenti non riusciva a dominare la rotta. I colpi di vento spostavano continuamente la prua di traverso. Allora, come ultimo tentativo, gli aeronauti hanno cercato di inalzarsi sempre più, ma non avevano più zavorra: non rimanevano che i bidoni di benzina ed anche la maggior parte di quelli fu gettata via. Quando il dirigibile giunse sopra Sant’Arcangelo, non vi era più benzina sufficiente per arrivare fino a Bellaria, posto di rifornimento. Non vi era da esitare. Gli aeronauti decisero di atterrare presso Sant’Arcangelo dove avevano veduto dall’alto una località che si prestava ottimamente alla complicata manovra.
A Sant’Arcangelo il dirigibile fu visto comparire alle 11.15 al di sopra del vecchio osservatorio che porta il nome del celebre padre Denza. La discesa venne eseguita con una sicurezza meravigliosa. Dall’alto della torre dell’osservatorio il colonnello Moris osservava la manovra, ma prima che questa fosse terminata, egli era già corso sul posto per abbracciare il comandante Scelsi. I contadini richiesti d’aiuto sulle prime si rifiutarono, per timore del mostro che loro sovrastava, poi finirono per rassicurarsi e così si potè ormeggiare definitivamente il dirigibile.
La folla intanto aumenta attorno al dirigibile. Sono accorse persone da tutti i paesi vicini. A due signori, che prendevano fotografie del dirigibile furono sequestrate le macchine. Si trattava di due impiegati svizzeri di una ditta di Rimini, che per la loro pronuncia esotica avevano destato sospetti. Gli aeronauti hanno profittato della sosta per stringere alcuni fili presso l’elica e per far fare una lieve riparazione anche al tubo del «ballonet». Da Bellaria è giunto il rifornimento di zavorra e di benzina sicchè si ritiene certa la partenza del dirigibile per Venezia domattina all’alba.

Alle 12.35 del 1º ottobre il dirigibile si levò nuovamente in volo, puntando verso Bellaria. Dopo una virata a sinistra, iniziò a seguire la linea della costa, offrendo agli spettatori a terra lo spettacolo inedito di una macchina volante che scivolava silenziosa sul mare. Il viaggio proseguì fino a Venezia, raggiunta il giorno successivo, non senza un ennesimo avventuroso atterraggio a Porto Fossone che rese ancora più memorabile l’impresa.

Mi ricordo, quando ero bambino, il racconto di un fortunoso atterraggio di un dirigibile, credo nei primi anni dieci, o nei primi anni venti, un atterraggio di fortuna, però non tragico, insomma, di un dirigibile. La cosa fu anche piuttosto spettacolare. Nella valle dell’Uso penso che fosse atterrato, e allora la parola dirigibile, che era una parola nuova, di un oggetto nuovo, fu tradotta in dialetto «e’ dirigebil» 3

Antonio Baldini

L’estratto del rapporto di viaggio del comandante del dirigibile N.2 (Roma, 6 ottobre 1910)4


Un sentito ringraziamento a Massimo Bottini e Fiorenzo Faini della Società Operaia di Mutuo Soccorso di Santarcangelo di Romagna.

Bibliografia

Sadini Luciano, I dirigibili italiani, Automotoclub Storico Italiano, 2021.


Articoli e periodici

Celli Daniele, Quando un dirigibile volò sulla valle dell’Uso, in «Il Ponte» — Consultabile su: www.ilponte.com/un-dirigibile-volo-sulla-valle-delluso

Corriere della Sera“, 1° ottobre 1910. Articolo di cronaca: Il raid del dirigibile N.2 da Roma a Venezia.

L’Illustrazione Italiana“, edizioni del 2 e del 9 ottobre 1910, Milano, Treves.

L’Indipendente”, Anno XXXIV, N. 233, Trieste, 4 ottobre 1910. Articolo di cronaca: Dopo il viaggio del dirigibile N.2. Il resoconto degli ufficiali. Consultabile qui.


  1. L’Illustrazione Italiana”, n. 41 del 9 ottobre 1910, pag. 353 ↩︎
  2. L’Illustrazione Italiana”, N. 40 del 2 ottobre 1910, pag. 350 ↩︎
  3. La citazione di Baldini è consultabile qui ↩︎
  4. A. Chiusano, M. Saporiti, Palloni, Dirigibili ed Aerei del Regio Esercito 1884-1923, cit., p. 307 (contiene la relazione del comandante e la cartina del volo). ↩︎

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