Giovannino Guareschi, celebre autore della fortunata saga di “Don Camillo e Peppone”, non fu solo scrittore e giornalista, ma anche fine umorista e brillante caricaturista. Nel racconto “Igea Marina”, incluso nella raccolta Lo Zibaldino (Rizzoli, 1948), ci regala uno spaccato ironico e affettuoso dell’estate del 1942, trascorsa insieme alla moglie e al figlio Alberto presso l’Hotel Nettuno a Igea Marina.


Nella foto a sinistra la moglie di Guareschi, Ennia Pallini, e il figlio Alberto all’hotel Nettuno – a destra autoscatto di Giovannino Guareschi a Igea Marina nel 1942.
IGEA MARINA
Oggi, sbracalato e pieno di sudore: un giorno anche io fui felice, e guardai le montagne spruzzate di neve e guardai le onde del mare. Dio mi perdoni se uso il passato remoto pure essendo avvenuto il fatto dieci giorni fa: ma, nell’infelicità, il dolce passato è sempre remoto, anche se vecchio di un’ora.
Avevo pedalato giorni e giorni, avevo scalato il Passo della Sella, il Pordoi, il Falzarego perdendo cinquanta grammi di materie grasse ogni chilometro di salita, poi mi ero dato al piano e giù miglia su miglia, perché quando viaggio in pianura io procedo a miglia, come gli antichi romani.
Arrivai a Igea Marina sul bel mezzogiorno e la gente mangiava nelle fresche sale del Nettuno. Mi fermai davanti alla porta e guardai dentro: venne un giovane alto e magro. “Suonatori ambulanti non ne voglio in sala mentre la gente mangia”. Gli spiegai che io non suonavo: più che altro ero in cerco di un mio figlioletto e di sua madre. E dissi nome e cognome. Il giovane alto e magro mi considerò poco cordialmente, poi mi indicò un tavolo: “sono là” disse con aria di palese disgusto.
Vidi Albertino in piedi sulla sedia, e della sua sciagurata madre non scorsi che le spalle. Sussultai: le spalle della distinta signora erano sempre le stesse e pareva che anche la testa ci fosse piantata in cima come al solito: ma Albertino, perbacco, non era il solito! “Santo Dio”, ansimai, “il bambino ha una congestione!”
Non avevo mai visto una creatura di Dio così rossa in faccia, un rosso che pareva ancora più rosso a causa degli occhiali neri da sole che l’infelice figlio dell’infelice Giovannino portava a cavalcioni del piccolo naso.
“E’ il sugo della pastasciutta” spiegò con disprezzo il giovane alto. “Anche… anche sulla fronte, nel collo e sulle orecchie?”, balbettai. “Si” spiegò il giovane alto. “Anche sotto le ascelle e sulla schiena, ma di qui non si vede. Gli occhiali glieli mettono appunto perché non gli vada il sugo negli occhi”.
Vidi Albertino afferrare una manciata di spaghetti e tuffarci dentro il viso. “In che modo mangia!”, sussurrai atterrito.
Il giovane magro e lato, che poi risultò chiamarsi Aurelio, mi guardò con maggiore cordialità. “Bisogna riconoscere che fa dei progressi”, disse, approvando col capo. “Progressi? Ma egli mangia con le mani”. “Appunto: fino a tre giorni fa tuffava direttamente la faccia nel piatto come la Lea”.
Chiesi chi fosse questa Lea e mi spiegò che era la cagna dell’albergo, e siccome io mi dimostravo naturalmente offeso per l’accostamento e il paragone, il giovanotto mi rassicurò: “E’ una cagna di razza ottima da guardia e da caccia. Quando la comprai vollero dodici lire”. Mi consolai.
Avevo pedalato per quindici giorni, e avevo dato la scalata ai passi più famosi del turismo, avevo le gambe bruciate dal sole, il naso pelato, ero molle di sudore, e le brache corte erano quello che possono essere due brache corte: la camicia si arrangiava: quando mi vide, la gentile fabbricante del mio postero rimase a bocca aperta, poi arrossì: “Sei indecente”, disse con voce di pianto. “Mi fai morire di vergogna”. Le consigliai di guardare suo figlio, e l’egregia personaggia alzò le spalle e mi fece notare che Albertino aveva due anni e io trentaquattro. Albertino fu più cordiale e mi porse una manciata di spaghetti. “Chi sono io!”, gli domandai sorridendo. “Strassiè!” cantarellò lo sciagurato. E la sua nefanda compagna di tavola aggiunse che davvero, col mio sacco da montagna sulle spalle, sembravo quello degli stracci.
Senti qualcuno bisbigliare. “Occhio alle borsette e ai portafogli”, disse una ragazza bionda e ben piantata che poi risultò chiamarsi Pupa. E io mi volsi e la fulminai con uno sguardo carico d’odio.
“Se sei venuto qui per fare l’occhio languido alle ragazze, potevi startene a casa” mi comunicò secca secca la delicata creatura che, approfittando della mia giovinezza, mi rese padre.


Giovannino Guareschi amava la bicicletta: per lui non era solo un mezzo di trasporto, ma un modo per osservare il mondo da vicino, con ironia e curiosità. Nel 1941 propose al direttore del Corriere della Sera di trasformare quei viaggi in una serie di ciclo-reportage, scrivendo ogni giorno una cronaca delle sue tappe.
Il progetto però fu interrotto dallo scoppio della guerra e, in seguito, dalla sua prigionia in un lager tedesco. Il giro del 1942 si concluse proprio con l’arrivo a Igea Marina.

I disegni sono tratti dalla versione a fumetti del racconto “Igea Marina” ad opera di Davide Berzi e Adriano Fruch. Pubblicato nell’albo “La pecora nera” (ReNoir Comics) è stato presentato nel 2020 al Cartoon Club di Rimini.
Lo potete trovare qui: Don Camillo a fumetti – La pecora nera
Un grazie ad Alberto Guareschi per la cortesia e le foto inviate.
Sito ufficiale di Giovannino Guareschi: https://www.giovanninoguareschi.com

