Storie Bellariesi

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Girovagando alla biblioteca Gambalunga di Rimini mi sono imbattuto in un opuscolo di 16 pagine scritto e pubblicato, nel 1975, dalla maestra Aida Ricci. La maestra Ricci ha insegnato a Bellaria dal 1906 per 40 anni.

Nel libretto ci sono i ricordi della Bellaria Igea Marina di quegli anni, i non facili inizi in un paese, allora frazione di Rimini, dove la scuola arrivava alla terza elementare e interessanti riflessioni sul carattere dei bellariesi.

La prefazione di Luigi Pasquini

A fare da introduzione alle memorie della maestra Ricci è una nota firmata dal noto scrittore e artista riminese Luigi Pasquini, che ben delinea l’animo della donna e il contesto in cui è nato lo scritto:

In queste appassionate pagine, che si leggono con viva e commossa partecipazione, è condensato il corruccio di cui può essere pervaso il cuore di una umana creatura, quand’essa si sente costretta a dover subire un torto da parte di un suo simile.

Stavolta però il motivo del corruccio è di natura singolare, perchè esso scaturisce dal comportamento, inatteso quanto deludente di « un ex scolaro fra i primi della classe », rispetto alla propria anziana insegnante in pensione, verso la « sua maestra ». Inquadrata nell’ariosa cornice di una panziniana Bellaria fin di secolo, la vicenda narrata è quanto mai suggestiva e significativa.

L’ammirevole vegliarda — 91 anni compiuti — è profondamente amareggiata per la constatazione che la propria missione di educatrice possa essere stata null’altro che una inutile e vana fatica e che il suo semisecolare impegno scolastico siasi risolto in un totale fallimento. Da qui, lo sconfortato sentimento che suscita in lei — viva incarnazione della mite ed adorabile « maestrina dalla penna rossa » di Edmondo de Amicis — il veemente ed accorato moto di rivolta.

Poi, la mente si rasserena e il cuore si placa, grazie all’intervenuto riconoscimento dell’ingiustizia da lei subìta e sofferta, cui segue il cristiano perdono. Il che non la esime dalla denuncia di un più vasto « processo » alla odierna società, cui devesi l’attuale sbandamento morale, cagione di ogni genere di corruzione: testimonianza di un’epoca travagliata, per la quale, dall’ottimismo del sentimentale Ottocento, siamo pervenuti al pessimismo di questo disumano Novecento.

I ricordi della Maestra Aida: la trascrizione della prima parte

Ecco la trascrizione della parte iniziale, in fondo trovate l’opuscolo completo (le immagini non sono di gran qualità, ma hanno valore di testimonianza)


“Miei cari, vecchi alunni, permettetemi di intrattenermi ancora un po’ con voi. (…)

Sono a Bellaria dal 1906.

Trovai il piccolo paese di allora in una spaventosa arretratezza. La poca gente viveva in modo tanto primitivo che mi spaventai; moltissimi analfabeti, la scuola si fermava alla terza (elementare). Volevo andarmene.

Lessi la «Lanterna di Diogene» di Panzini, che descrive con tanta verità la Bellaria di quegli anni e rimasi per lavorare e combattere. Prima di insegnare c’era necessità di educare, educare, educare. Poiché educare vuoi dire trarre fuori, cercai di suscitare nell’animo dei miei ragazzi i migliori sentimenti umani, curando in modo particolare la formazione del carattere, la fermezza della volontà (elemento determinante per l’avvenire di una vita) e tutte le forze morali che sebbene sottili e quasi inavvertite gettano negli animi indistruttibili semi di saviezza e rettitudine.

Faticando con tanto amoroso impegno finii con l’affezionarmi a questo lembo di spiaggia ed ai suoi abitanti. La vita dura di allora non spegneva in essi una innata fonte di operosa bontà, una timida e incerta apertura di mente, non inaridiva la speranza di sensibilità. Sapevo che il sentimento è la corda che più intensamente vibra nell’anima dei romagnoli, e mi feci coraggio. Cominciai a coltivarli, con la stessa ansia di riuscita che mettevo nel far dissodare il mio incolto giardino. Non è stato un lavoro breve, né facile.

Ho dovuto lottare col Comune di Rimini – che comprendeva allora Bellaria — ed anche con le autorità scolastiche centrali, lige a quelle comunali, per avere la quarta, la quinta ed infine la Media, insistendo nel far considerare che ogni località turistica è, per chi viene, un punto dì osservazione della vita dell’Italia intera e deve essere curata come si deve.

Bellaria è in una posizione, sotto un certo aspetto, fortunata.

E’ come un’isola, minima. L’ignoranza e la povertà del passato l’avevano lasciata come staccata dai vicini del nord e del sud, economicamente in condizioni migliori, i quali erano marinai navigatori che importavano da altre genti elementi che li hanno resi diversi da noi. Qui si viveva solo da pescatori e agricoltori: taciturni e pronti alla lotta i primi, rappresentanti i secondi del migliore e più virile sangue italiano di lontana origine romana.

Penso sia questa la misteriosa ragione che da molti anni attira gli ospiti fedeli a Bellaria. L’accoglienza cordiale della nostra gente li rende affezionati, li fa nostri amici e tornano per molti anni di seguito. Il Comune, che esiste da poco, ha distribuito le medaglie di fedeltà a chi, per più di venti anni, non è mai mancato al richiamo estivo della spiaggia. Dobbiamo esserne orgogliosi!”


Note

L’opuscolo “Aida Ricci, le confessioni di una maestra nonagenaria ai propri ex alunni” è consultabile presso la biblioteca Gambalunga di Rimini e la biblioteca Saffi di Forlì.


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