Storie Bellariesi

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Il fiume Uso segna da secoli il confine settentrionale del territorio di Rimini – un corso d’acqua che diversi studiosi ritengono il ‘vero’ Rubicone storico. Alla sua foce si sviluppa il porto di Bellaria Igea Marina: in questo articolo racconto la storia di come un semplice approdo naturale sia cresciuto fino a diventare il fulcro dell’economia marinara della nostra città.

Un porto mancato: l’ombra di Rimini

Fino al Quattrocento la foce dell’Uso è un’area naturale, selvaggia e priva di infrastrutture. Quando nel 1412 papa Gregorio XII è ospitato per una notte nel castello di Bellaria, non potendo sbarcare alla foce dell’Uso deve attraccare al porto di Cesenatico e raggiungere Bellaria a cavallo.

Rimini non aveva interesse a favorire lo sviluppo di un porto a Bellaria: avrebbe significato creare un punto di sbarco dove le merci potevano facilmente sfuggire ai controlli doganali e al pagamento dei dazi. Oltre agli aspetti fiscali, bisogna considerare che la manutenzione di un porto richiedeva continui e costosi lavori: è comprensibile quindi che Rimini concentrasse le proprie risorse sul “suo” porto.

L’accesso riservato al castello

Per tutto il Quattrocento il fiume Uso, pur privo di un vero porto, rappresentò per la famiglia Malatesta un accesso riservato ed esclusivo al castello di Bellaria, situato poco distante dalla foce. Anche l’Osteria della Smirre, posta tra il castello e la foce all’incrocio con la via Popilia e appartenente alla stessa famiglia, contribuiva a garantire il controllo del transito lungo questo punto strategico.

Lo storico Cesare Clementini racconta che nel 1498 Pandolfo IV Malatesta soggiornava spesso a Bellaria:

“Dimorava in quell’ stagione il Signore a Bell’aria, ove si può credere, che à quei tempi fosse molto delitioso Castello: poichè ò per l’amenità del luogo, ò per commodità di pescare, ò della caccia vi si trattenevano anco di mezo verno.”

(Cesare Clementini, Raccolto storico della fondatione di Rimino e dell’origine e vite de’ Malatesti, 1617, p. 579)

Il riferimento alla pesca va probabilmente inteso come attività praticata nelle acque interne del fiume e delle zone umide circostanti, dove la pesca in acqua dolce era allora molto diffusa.

Il “Porto di Bell’aere” nelle mappe dei Musei Vaticani.

Nella carta Flaminia della Galleria delle Carte Geografiche dei Musei Vaticani compare il porto di Bellaria con la dicitura “Porto di Bel’aere”: è la prima attestazione cartografica del porto di Bellaria Igea Marina.

La carta, realizzata intorno al 1580 da Ignazio Danti, testimonia come la foce dell’Uso fosse già riconosciuta come punto di approdo lungo la costa adriatica.

Nel XVI secolo il termine “porto” veniva usato nelle carte per indicare qualsiasi punto della costa dove la morfologia del terreno — in questo caso la foce del fiume Uso — permetteva alle imbarcazioni di trovare riparo o di accostare alla riva in sicurezza.

Per i cartografi vaticani era fondamentale segnalare questi approdi per scopi militari e logistici. Bellaria era dunque un “porto” nel senso di approdo naturale: un varco nella costa dove era possibile sbarcare, anche in assenza di moli e banchine.

La Torre di Bellaria

A partire dal Cinquecento le incursioni dei pirati barbareschi diventano un serio problema per le città della costa adriatica. Navi provenienti soprattutto dalle coste balcaniche e dal Nord Africa compiono saccheggi, rapimenti e attacchi improvvisi, spingendosi talvolta anche nell’entroterra attraverso le foci dei fiumi.

Per rafforzare la difesa del litorale, nel 1673 lo Stato Pontificio decide la costruzione di sei torri di avvistamento lungo la costa riminese. Una di queste viene innalzata in prossimità della foce del fiume Uso: ancora oggi è presente nel territorio di Bellaria Igea Marina ed è conosciuta come Torre Saracena.

Le torri costiere avevano il compito di sorvegliare il mare e segnalare tempestivamente eventuali pericoli attraverso fuochi e comunicazioni visive. La scelta di costruirle vicino alle foci non era casuale: i corsi d’acqua rappresentavano infatti vie di accesso utilizzate dai pirati per penetrare nell’entroterra.

L’arrivo dei chioggiotti

Fino a tutto l’Ottocento, anche per le condizioni già ricordate, le aree vicine al mare rimangono pressoché disabitate e l’economia del territorio è prevalentemente agricola. Il mare offre soprattutto un’integrazione all’alimentazione delle famiglie attraverso semplici tecniche di pesca costiera: sono i “contadini-pescatori”, nella felice definizione dello storico Arnaldo Gobbi.

Le cose cambiano verso la metà del XIX secolo grazie ai marinai di Chioggia, che si spingono fino alle spiagge bellariesi seguendo le stagioni della pesca. Con loro arrivano imbarcazioni più adatte alla navigazione in mare aperto e tecniche di pesca fino ad allora poco conosciute dalla popolazione locale.

Il contatto con i chioggiotti trasforma progressivamente il rapporto dei bellariesi con il mare: dalla pesca di sussistenza praticata lungo la costa si passa lentamente a una vera attività marinara. Alcuni pescatori locali iniziano a imbarcarsi con gli equipaggi veneti, apprendendo mestieri, tecniche e conoscenze della navigazione.

Nasce così la marineria di Bellaria Igea Marina, destinata nel giro di pochi decenni a diventare uno degli elementi centrali dell’economia e dell’identità della città.

La Delegazione di Porto

La crescita della marineria belligeana è lenta ma costante.

Nel 1869 la situazione viene descritta così nel volume La pesca in Italia curato da Adolfo Targioni Tozzetti:

Bellaria è piccolissima borgata ove l’industria [della pesca] è insignificante, esistendovi solo otto battelli.

Nel confronto con Rimini, Cattolica e Cesenatico, Bellaria appare ancora una realtà di dimensioni ridotte. Tuttavia la presenza di otto battelli dimostra che l’attività della pesca era ormai una componente stabile dell’economia locale.

Nel giro di pochi decenni il numero delle imbarcazioni aumenta, si consolidano le tecniche di pesca e la piccola comunità costiera inizia ad assumere un ruolo sempre più definito lungo l’Adriatico.
È in questo contesto di sviluppo che Bellaria ottiene, con il Regio Decreto del 24 marzo 1887, l’istituzione della Delegazione di Porto: un passaggio importante che sancisce ufficialmente la crescita di una realtà marinara ormai stabile e organizzata.

Il porto agli inizi del Novecento

Il porto agli inizi del Novecento non è altro che la foce naturale del fiume Uso, priva di vere opere portuali: un approdo precario, utilizzato dai pescatori per tirare in secco le barche e trovare riparo in caso di maltempo.

Lo si può osservare bene nelle fotografie dei primi anni del Novecento (© Biblioteca Malatestiana di Cesena), che rappresentano probabilmente la più antica documentazione fotografica oggi conservata del porto di Bellaria.

Nei mesi invernali le forti correnti del fiume minacciano di danneggiare o trascinare le imbarcazioni, mentre durante l’estate gli accumuli di sabbia tendono a ostruire la foce, rendendo difficile l’ingresso e l’uscita delle barche.

La situazione è descritta efficacemente da Emilio Rosetti nella sua opera La Romagna. Geografia e storia (1894):

Porto di Bellaria (comune di Rimini, provincia di Forlì). Porto di IV classe.

Il Porto di Bellaria, formato dalla foce dell’Uso, non ha verun’ opera d’arte. Qui per la metà dell’anno si rifugiano una cinquantina di barche pescherecce, le quali per la maggior parte dell’inverno, e specialmente quando trovano insabbiata la foce del fiume, vanno a ricoverarsi sia a Rimini, sia a Cesenatico.

La testimonianza conferma come, alla fine dell’Ottocento, Bellaria disponesse già di una discreta marineria, ma non ancora di un porto in grado di garantire un ricovero sicuro durante tutto l’anno.

Nell’immagine sottostante è possibile confrontare la situazione del 1911 (carta IGM) con quella attuale. Muovendo il cursore con le frecce si passa dalla cartografia storica alla fotografia aerea del 2023.

muovendo il cursore con le frecce potete passare dal 1911 (carta IGM) al 2023

Osservando la carta IGM del 1911 si nota un particolare interessante: all’epoca la foce dell’Uso era orientata verso sud, mentre oggi è orientata verso nord. Il fiume sfociava dove oggi c’è il Polo Est. Questo cambiamento è dovuto alle modifiche apportate con i lavori, nel corso del Novecento, al tratto finale del fiume.

La petizione per il porto di Bellaria Igea Marina del 1908

La situazione alla foce dell’Uso è ormai diventata insostenibile. Le barche sono costrette a cercare riparo nei porti vicini e i pescatori chiedono a gran voce la realizzazione di un approdo sicuro, denunciando Rimini per «l’abbandono inqualificabile in cui è lasciata questa frazione».

Lo sviluppo delle attività marinare è stato rapido. Nel 1908 si contano già circa cento imbarcazioni, un numero destinato a crescere ulteriormente per soddisfare la domanda di pesce proveniente dai primi villeggianti che, durante la stagione estiva, popolano i numerosi villini sorti lungo la spiaggia.

La richiesta di costruire un porto trova espressione in una petizione presentata al Comune di Rimini il 16 febbraio 1908. A presiedere il comitato promotore è Vittorio Belli.

Belli non ha interessi diretti nell’attività della pesca, ma comprende perfettamente l’importanza di un approdo sicuro e funzionale nelle immediate vicinanze della “sua” Igea Marina, fondata appena due anni prima. La stessa visione lo porterà a sostenere la battaglia per l’istituzione della fermata ferroviaria di Igea Marina, ottenuta nel 1923.

Tra i firmatari compare anche il nome dell’ingegnere Leopoldo Tosi, amministratore e poi affittuario di Villa Torlonia, nonché sindaco di San Mauro Pascoli. Tosi aveva probabilmente intuito le potenzialità economiche di un porto situato a breve distanza dalla sua azienda agricola modello, conosciuta e visitata da agronomi e allevatori provenienti da tutta Italia e dall’estero.

Ecco la trascrizione della petizione e l’elenco dei firmatari :

All’Onorevole Signor Sindaco del Comune di Rimini

I componenti la Società Operaia di Bellaria, frazione di Rimini, la classe dei marinai e dei pescatori e gli abitanti tutti della frazione stessa, riuniti in pubblico comizio per la tutela degli interessi locali, e specialmente per ottenere la costruzione, alla foce del torrente Luso (sic), di un porto di IV classe, che serva di approdo e rifugio alle numerose barche dei Bellariesi, ed alle altre che navigano in questi paraggi, dopo lunga ed animata discussione nella quale oltre alle lagnanze per l’abbandono inqualificabile in cui è lasciata questa frazione, che pur rappresenta un elemento non trascurabile di benessere per la generalità della popolazione del Comune, hanno manifestato il deliberato proposito di agitarsi con tutti i mezzi possibili perché il Comune compia glia atti necessari per conseguire con la massima sollecitudine il loro intento.

A tale uopo è stato presentato il seguente ordine del giorno:

Ritenuto che in Bellaria vi sono attualmente circa 100 barche di pesca e trasporti, le quali per mancanza di approdo e di sicuro ancoraggio, non possono qui rifugiarsi, con grave danno della sicurezza dei marinai e dell’industria paesana;

Considerato che più di 1400 persone vivono con l’industria del mare, senza calcolare gli altri benefici che mediante lo sviluppo della medesima, possono ridondare in favore di tutta la popolazione;

Ritenuto che la salvezza della vita dei marinai reclama un provvedimento immediato; […]

Gli adunati, manifestando la più viva fiducia che la Rappresentanza del Comune di Rimini prenderà nella dovuta considerazione i voti della popolazione di Bellaria, approvano all’unanimità l’ordine del giorno proposto e danno incarico ai Signori

Ing. Cav. Leopoldo Tosi, Dott. Vittorio Belli – Presidente del Comitato, Raschi Giovanni, Zanotti Giovanni, Della Chiesa Francesco, Lazzarini Domenico, Quadrelli Enrico, Vasini Giuseppe, Lazzarini Luigi, Franchini Giuseppe, Quadrelli Antonio fu Gius., Onofri Giuseppe, Gori Matteo, Gori Luigi, Savini Matteo – Presidente della locale Società Operaia di Mutuo Soccorso, Vasini Egisto – Segretario del Comitato

di presentare copia al Sindaco ed alla Giunta e di esporre anche verbalmente i desideri ed i bisogni della frazione

Bellaria addi 16 febbraio 1908

Il porto tra guerre e turismo

Le richieste avanzate dai pescatori e dagli abitanti di Bellaria non rimasero inascoltate. Dopo anni di discussioni e progetti, si arrivò finalmente all’avvio dei lavori per la realizzazione del porto.

I lavori iniziano nel 1915 con la realizzazione del molo lato Igea, ma vengono presto sospesi a causa della guerra. Riprenderanno solo nel 1923 con il prolungamento dei due moli verso il mare e la costruzione delle paratie in cemento a protezione delle sponde del fiume.

Con il passaggio del fronte durante la seconda guerra mondiale, il porto e la flotta peschereccia di Bellaria vengono quasi completamente distrutti. Nonostante ciò, la comunità mostra una grande capacità di ripresa: già nel 1946 la flotta inizia a riformarsi e nel 1948 prende avvio la ricostruzione del porto.

Ma il porto di Bellaria sembra non avere fortuna nel suo destino.

Dagli anni Cinquanta l’attività della pesca deve progressivamente cedere il passo al turismo, che travolge e trasforma ogni aspetto della città. Nascono nuovi alberghi, pensioni e attività legate alla stagione balneare; il commercio, l’artigianato e i servizi offrono lavoro e stipendi più sicuri e redditizi di quelli garantiti dalla pesca.

Il declino della marineria bellariese sarà lento ma inesorabile. Nemmeno gli ulteriori lavori di ristrutturazione del porto negli anni Settanta riusciranno a invertire questa tendenza.

Oggi il porto conserva ancora la sua funzione nautica e peschereccia, ma rappresenta soprattutto una testimonianza della lunga storia marinara della città. Da semplice foce naturale del fiume Uso a porto-canale moderno, la sua vicenda racconta il legame tra Bellaria e il mare e ricorda il ruolo svolto da generazioni di marinai che, con il loro lavoro e il loro coraggio, hanno segnato profondamente la storia del Novecento bellariese.

Galleria fotografica del porto di Bellaria Igea Marina

Una selezione di immagini che documentano l’evoluzione del porto di Bellaria Igea Marina tra Novecento e oggi.

La foce del porto: confronto tra una fotografia degli anni Settanta, una dei primi anni Duemila e una del 2023 con il nuovo prolungamento di 80 metri del molo di levante, lato Igea.


Note

Per approfondire:

Mario Foschi, L’occhio del gabbiano. Nascita, sviluppo e declino di una grande marineria, Fara Editore, 1998.

Un’opera fondamentale per conoscere la storia della marineria bellariese e il ruolo che essa ha avuto nello sviluppo economico e sociale della città.



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