Nel 1451, a Bellaria, esisteva già una locanda, con funzione di albergo e osteria, dal nome curioso: l’albergo della Smirre.
Si trovava lungo l’antica via Popilia, nella zona in cui la strada attraversava il fiume Uso. Le stazioni di posta erano disposte lungo le grandi arterie stradali a distanze abbastanza regolari, solitamente di circa otto-dieci miglia l’una dall’altra.

All’interno di questi punti di sosta i viaggiatori potevano pranzare durante il cambio dei cavalli o pernottare. Quando le condizioni meteorologiche erano avverse e il fiume Uso si gonfiava, la sosta diventava forzata e poteva prolungarsi anche per diversi giorni. La struttura seguiva una tipica suddivisione funzionale: il piano terreno era destinato alla cucina, alla stalla e alla somministrazione dei pasti, mentre il piano superiore ospitava le camere da letto per il pernottamento.
Una locanda sulla via Popilia
Nel 132 a.C., i Romani costruirono la via Popilia, una grande arteria strategica che collegava Rimini ad Adria passando per Ravenna (nota dal Medioevo in poi come via Romea). È proprio lungo questa direttrice che è sorto il nucleo originario di Bellaria Igea Marina nella zona dell’odierna chiesa di San Martino a Bordonchio, come confermano i recenti e importanti ritrovamenti di una villa romana.
Non sappiamo con esattezza quale fosse la posizione originaria della locanda in età antica, ma possiamo supporre che si trovasse in prossimità del punto in cui la via Popilia attraversava il fiume Uso. Nelle mappe dal Cinquecento al Settecento troviamo l’osteria posizionata alla destra del fiume, mentre in epoca più recente la ritroviamo sulla sinistra, nella zona conosciuta oggi come “borgata vecchia”



L’Albergo della Smirre e Antonia da Barignano
Le prime informazioni dell’antica osteria risalgono ad un rogito notarile del febbraio del 1451.
È proprio grazie a questo documento che conosciamo il nome della locanda — l’albergo della Smirre — e quello della sua proprietaria dell’epoca: Antonia da Barignano.
Antonia, esponente del nobile casato bresciano dei Barignano, fu l’amante di Pandolfo III Malatesta signore di Brescia e madre di Sigismondo Pandolfo signore di Rimini e Domenico (detto Malatesta Novello) signore di Cesena. Su di lei è a lungo calato l’oblio della storia e degli storici, e la sua figura è stata riportata alla luce da Oreste Delucca, a cui si rimanda per gli approfondimenti.2
Antonia sovrintendeva a diverse attività nella nostra zona, mantenendo stretti rapporti con i figli. A Bellaria risiedeva abitualmente nel castello di famiglia, in una posizione baricentrica tra Rimini e Cesena. Tra le sue proprietà vi era anche la locanda, che non gestiva direttamente, ma dava in affitto, oltre al lucrativo diritto di riscuotere il pedaggio dalle barche che attraversavano il fiume.
Perché un’osteria a Bellaria, nel quattrocento, aveva il nome di una città turca?
Un legame plausibile si rintraccia nei complessi rapporti tra i Malatesta e la famiglia dei Da Varano: una fitta trama di odio e amore, lotte sanguinolente e matrimoni strategici, com’era nella migliore tradizione del periodo. Rodolfo II da Varano, che aveva sconfitto Galeotto I Malatesta, ma le cui figlie avrebbero poi sposato due esponenti di casa Malatesta, aveva partecipato personalmente all’assedio di Smirne (chiamata anticamente Smirre) durante la crociata promossa nel 1350 da papa Clemente VI.
Il nome dell’osteria potrebbe essere una dedica o un ricordo legato a quell’impresa militare e a quelle parentele illustri, ma non abbiamo prove documentali a supporto

A lato il documento originale con evidenziata la dicitura: “albergo della Smirre“
Il termine “Smirre” si riferisce, probabilmente, alla città turca di Smirne che troviamo con la grafia Smirre in Boccaccio (1313 – 1375) “si giacque e più mesi lieto e in quiete con lei alle Smirre si dimorò”3 e in Matteo Villani (1283 – 1363) “e andò capitano per la chiesa alle Smirre in Turchia”. 4
I pirati attaccano l’osteria
Non abbiamo molte notizie dell’antica osteria per tutto il Cinquecento, se non la traccia della sua decadenza e dei pericoli che riguardavano la zona.
Nel 1584, ad esempio, lo stato della struttura era talmente critico da richiedere urgenti interventi, come riportano i registri dell’epoca: «Et fu proposto che saria bene provedere all’osteria di Bell’Aere, che minaccia ruina».

Ma la cronaca nera del secolo registra episodi ben più drammatici. Nel 1568 l’osteria fu teatro di un violento attacco dei pirati, come ci racconta con dovizia di particolari Raffaele Adimari nel suo Sito riminese:
“ … all’Hostaria della posta di detto luoco [Bellaria], …l’anno 1568, alli 16 d’aprile, nel giorno del venerdì santo, smontorono le genti di una fusta turchesca, la qual prima era stata sopra la città di Chioggia e haveva preso una barca di pescatori, con la quale non essendo poi conosciuti fecero molti mali; e fra l’altre ammazzarono l’hoste con una figliuola e un figliuolo e un altro se ne scapò; del che levatosi il rumor, corsero delle genti e trovarono undici Turchi in terra e gl’ammazzarono, essendosi allargato la fusta in mare”
Raffaele Adimari, Sito riminese, vol. II, Brescia 1616
All’epoca la torre di guardia, quella che oggi chiamiamo Torre Saracena, non era ancora stata edificata: sarebbe sorta solo un secolo dopo proprio per difendere la costa da simili incursioni.
Il ponte e le insidie del fiume Uso
Oltre alle minacce dal mare, c’erano quelle della terra e dell’acqua. Attraversare il fiume Uso in assenza di un ponte stabile era un’impresa rischiosa. Una testimonianza del 4 dicembre 1598 racconta che papa Clemente VIII, in viaggio da Ferrara a Rimini, si trovò in grave difficoltà: «volendo passar L’Uso presso Bell’Aere, certi suoi mulatieri s’annegarono et la robba se la menò via l’acqua, onde si risolse a passare per Sant’Arcangelo».5
A Santarcangelo c’era un ponte sicuro, a Bellaria no. Per vederne uno in legno bisognerà attendere il Seicento; un’infrastruttura che, seppur rifatta a metà Settecento, rimase in piedi fino ai primi del Novecento, prima di essere sostituita dal nuovo ponte sulla via Ravenna.

Il fiume Uso segnava tradizionalmente il confine nord del territorio di Rimini. Come abbiamo visto, per attraversarlo era necessario pagare un dazio, la cui riscossione era spesso legata alla gestione della locanda stessa.
Le cose non cambiarono la costruzione del nuovo ponte in legno, edificato intorno al 1760 per agevolare il transito: l’attraversamento restava comunque a pagamento, con tariffe calibrate in base al mezzo e allo status del viaggiatore.

L’osteria in una mappa dell’Ottocento
A distanza di quasi quattro secoli dalla prima attestazione del 1451, la presenza dell’osteria è ancora ben riconoscibile nelle mappe storiche di Bellaria.
In questa mappa del 1816 la vediamo rappresentata fedelmente accanto al ponte in legno sul fiume Uso (che in questo documento cartografico viene indicato come Rubicone…):


note
- L’immagine è tratta da : La Romagna nella cartografia a stampa dal Cinquecento all’Ottocento, di Sandra Faini, Luca Majoli – Editore: Luisè, 1992, p. 76 ↩︎
- Oreste Delucca, Antonia de Barignano, madre di Sigismondo Pandolfo e Malatesta Novello dei Malatesti, estratto da: Atti giornata di studi malatestiani di Brescia 2, B. Ghigi 1989, da pag. 103 ↩︎
- Il Decamerone di Giovanni Boccaccio, di nuovo emendato secondo gli antichi esemplari, p. 96 – settima novella della seconda giornata ↩︎
- Matteo Villani, Nuova Cronica, vol. 1 cap 21 ↩︎
- Oreste Delucca, Rimini e il mare, Luisè 2020, pag. 19 ↩︎



