Costruita tra il 1927 e il 1930, la Colonia Roma si trova a Bellaria Igea Marina, sulla destra del porto canale. La struttura nacque come colonia per i figli dei ferrovieri dello Stato, inserendosi in quel vasto programma di assistenza e di educazione collettiva che caratterizzò l’Italia fascista.
Originariamente dedicata al padre del Duce, Alessandro Mussolini, la colonia ha avuto nel tempo diverse denominazioni: Colonia Ferrovieri Fascisti di Roma, Colonia Marina Ferrovieri dello Stato, Collegio del Dopolavoro Ferrovieri dello Stato, Istituto Orfani di guerra Ferrovieri dello Stato.





Gli inizi
I bambini giungevano alla colonia in treno e, nei i primi anni, non scendevano alla stazione di Bellaria: il treno si fermava direttamente al casello in corrispondenza di via Properzio, proprio dietro la colonia. Fino al 1934 circa le classi erano miste, successivamente divennero esclusivamente femminili.
La colonia Roma ai tempi della guerra
Dopo l’8 settembre 1943 e con l’avanzata alleata lungo la costa adriatica, la Colonia Roma venne requisita e destinata a funzioni sanitarie. Nell’autunno del 1944 l’edificio fu trasformato in una importante struttura medica militare, come documentato dalle fonti ufficiali neozelandesi.
Nella mattinata del 4 ottobre 1944 quattro stazioni di medicazione (MDS – Main Dressing Station) con una unità chirurgica da campo e due unità trasfusionali da campo si trasferirono in un nuovo edificio, in precedenza ospedale pediatrico e sanatorio italiano sulla strada costiera di Igea Marina, a sud di Bellaria , che si trova alla foce del fiume Uso.
Il 5 ottobre la stazione di medicazione fu rinforzata da un team chirurgico con attrezzature per un reparto da 50 posti letto, un camion radiografico e sei infermieri. L’unità era notevolmente più vicina alla zona di battaglia effettiva del solito e di conseguenza in una posizione molto rumorosa a causa dei cannoni nelle vicinanze, ma forniva un centro chirurgico e medico completamente attrezzato. Questa disposizione fu commentata molto favorevolmente dagli ufficiali in visita, che espressero l’opinione che tale configurazione contribuisse notevolmente al morale delle truppe nella zona di combattimento. Con l’aiuto degli ingegneri le finestre furono sostituite con windolite, l’approvvigionamento idrico al piano terra fu messo in funzione e un set di illuminazione portatile fu utilizzato per fornire un circuito di illuminazione nell’edificio.
Entro l’8 ottobre l’unità aveva tre sale operatorie completamente attrezzate e dotate di personale, nonché l’unità trasfusionale da campo e un impianto radiologico, una impressionante raccolta di strutture chirurgiche. Fortunatamente queste disposizioni si dimostrarono più che adeguate, poiché nel settore si verificò un numero molto limitato di vittime. I ricoveri totali per la prima settimana a Igea Marina furono 238 casi di malattia e 84 feriti sul campo di battaglia.
New Zealand Medical Services in Middle East and Italy, parte del volume
The Official History of New Zealand in the Second World War 1939–1945
© 2016 Victoria University of Wellington
Nel 1945 la Colonia Roma divenne sede del quartier generale tedesco (Deutsches Hauptquartier) all’interno del grande campo di prigionia noto come Enklave Rimini-Bellaria.

Il collegio nel dopoguerra
Terminata la guerra e smantellato il quartier generale tedesco, la Colonia Roma tornò lentamente alla sua funzione originale, pur con numerose trasformazioni. Gli edifici, sopravvissuti ai danni del conflitto, vennero progressivamente recuperati e riadattati per ospitare nuovamente bambini e giovani, assumendo la duplice funzione di collegio invernale e colonia estiva.
Durante i mesi invernali la struttura accoglieva le classi femminili del collegio, mentre con l’arrivo della bella stagione si trasformava in una vivace colonia estiva.
Era una vera e propria “città nella città”, completa di cucina, palestra, chiesa, cinema, laboratori e infermeria, pensata per offrire ai giovani ospiti ogni servizio necessario alla vita quotidiana e ricreativa.





Di seguito un estratto dal libro di Luisa Ferretti La nonna racconta (2020), che offre uno spaccato vivido della vita quotidiana nella Colonia Roma agli inizi degli anni Sessanta.
IN COLLEGIO
Alla fine di settembre 1958, accompagnata da una zia e mia cugina, mentre mia madre accompagnava mio fratello minore a Calambrone (Pisa), arrivai a Bellaria (Rimini).
Il collegio mi sembrò subito imponente, aveva una forma a M (era stato costruito come colonia negli anni ’20-’30) ed era posizionato proprio davanti al mare; dietro c’era una bellissima pineta, dove in seguito avrei trascorso le ore libere dallo studio per giocare, leggere e passeggiare. Il corpo centrale aveva due grandi saloni a pianoterra, uno per mangiare e l’altro per riunioni ufficiali e parlatorio quando venivano i familiari in visita (permessa solo nei giorni festivi); ai piani superiori c’erano le camerate contrassegnate dai diversi colori utilizzati per le coperte (rosa, rossa, gialla, verde). Le due ali laterali erano destinate alle aule scolastiche da una parte e ai servizi generali dall’altra, perché il collegio era una comunità completamente autonoma: cucina e dispensa (ricordo ancora l’economo, la dispensiera e le cuoche), guardaroba, infermeria, cappella, biblioteca, reparto docce, oltre alla portineria, alla lavanderia e all’isolamento. Inoltre era sede della locale scuola media e dell’avviamento commerciale nonché, fino a poco prima, anche della Scuola professionale femminile (triennale) e della Scuola tecnica commerciale (biennale).
Appena arrivata, fui condotta in guardaroba dove mi fu assegnato il numero che per tutti gli anni del collegio avrebbe contraddistinto la mia biancheria e i miei abiti; naturalmente fui rivestita da capo a piedi, grembiule per l’interno e vestiti per uscire; la coordinatrice del guardaroba ricordava a memoria i numeri di tutte le ragazze del collegio e capiva al volo quando era ora di aggiornare l’abbigliamento perché eravamo cresciute (l’ultimo anno ci veniva fornito un taglio di stoffa per il cappotto da fare una volta tornate a casa, dato che l’inverno lo passavamo in collegio indossando il cappotto blu della divisa).
REGOLE DI VITA COLLEGIALE
Ricorderò alcuni particolari di quegli anni, ad iniziare dalle regole del collegio. La mattina ci svegliava la sirena (che sentivano anche gli abitanti dei paesi vicini): uno squillo alle 6,15 per il personale e due squilli alle 6,30 per noi ragazze; dovevamo lavarci, vestirci e rifare il letto, poi in cappella per la preghiera del mattino e quindi in refettorio per la colazione. Ricordo in particolare che la mia amica friulana (abbiamo sempre dormito vicine), era la prima a saltare giù dal letto e a prepararsi, mentre vicino a noi c’era una ragazza un po’ più piccola di noi, molto pigra e sempre l’ultima ad alzarsi, tanto che la sua toeletta era sempre approssimativa (e purtroppo, l’anno in cui stava preparando gli esami di diploma, è venuta a mancare annegando proprio davanti al collegio).
Alle 7,30 un pullman ci aspettava nel piazzale per portarci a scuola a Rimini (tra gli autisti c’era anche un mio zio). Al ritorno si pranzava alle 13,30, poi in pineta sino alle 15 e studio nelle aule fino alla merenda, con una mezz’ora di relax; di nuovo studio o altre attività per chi aveva finito di studiare: lettura, lavoro a maglia, ricamo, disegno. Alle 19,30 si cenava dopo essere passate in cappella per la preghiera serale, poi un po’ di televisione e, finito Carosello, tutte in camerata, dove alle 22 scendeva il silenzio. Molte di noi si attardavano nei bagni per leggere, ma la luce accesa richiamava, purtroppo, l’attenzione dell’istitutrice incaricata della sorveglianza notturna che spediva tutte a letto.
La domenica dovevamo pulire la nostra camerata, perché le inservienti erano di riposo; poi c’era la messa e a pranzo ci concedevano un dolce e, solo alle più grandi, mezzo bicchiere di vino, che passavo all’amica friulana perché io ero astemia; in compenso lei mi dava il suo dolce. A tavola bisognava mangiare tutto, non erano ammesse storie, tranne quando eravamo malate e finivamo in infermeria (credo di essere stata ospite dell’infermeria solo un paio di volte).
Raramente di pomeriggio si usciva per una passeggiata, perché eravamo troppe per un giro nei dintorni (più o meno 180); in compenso ci proiettavano sempre un film e a volte preparavamo una recita (a una ho partecipato anch’io, una farsa liberamente ispirata all’opera “Il barbiere di Siviglia”, in cui facevo la parte del burbero don Bartolo, zio di Rosina.
La direttrice era molto religiosa (si sussurrava che fosse una suora laica) e ci teneva a farci rispettare i riti, come recitare il rosario durante il mese di maggio, con fioretti quotidiani da prendere in cappella, oppure commemorare i morti a novembre, andando al cimitero di Bellaria o di Igea Marina. Ci teneva anche a far fare la prima comunione alle ragazze piccole, ad una delle quali anch’io ho fatto da madrina.
Il medico veniva periodicamente in collegio, soprattutto quando c’era qualche malata da seguire attentamente.
Cinque anni di collegio hanno segnato indelebilmente la mia gioventù, mi hanno formata a principi sani e rigorosi (a volte anche troppo), mi hanno formata alla disciplina e al rispetto, ma mi hanno fornito qualche altra abilità, grazie anche ad un’elegante e cara insegnante che il pomeriggio veniva da Bologna per intrattenerci, a turno, con nozioni di galateo, di educazione sentimentale e sessuale, di taglio, cucito e ricamo. A lei confidavamo i nostri timori e chiedevamo consigli, anche per convincere la direttrice a qualche concessione, per esempio indossare i collant al posto degli odiatissimi calzini bianchi quando eravamo un po’ più grandicelle e ci vergognavamo con le nostre compagne di scuola riminesi, molto più spigliate.
SVAGHI E GITE
Uno degli eventi di quel periodo che mi è rimasto più impresso fu l’eclissi del 15 febbraio 1961. Era il primo giorno di quaresima e in collegio avevamo trascorso il pomeriggio precedente (martedì grasso), ad ascoltare musica e ballare tra di noi; nel frattempo affumicavamo dei pezzi di vetro per poter guardare il sole l’indomani. La direttrice ci aveva proibito di esporci perché potenzialmente pericoloso per gli occhi, ma noi disubbidimmo e verso le 7,30 ci recammo in terrazza per guardare questo straordinario fenomeno. Naturalmente fummo punite: niente cinema e televisione per tutta la durata della quaresima, ma vuoi mettere la soddisfazione di aver assistito a tale evento, unico ed eccezionale!
Altro ricordo riguarda la nostra partecipazione ad un quiz radiofonico nel 1962, in collegamento con Mike Bongiorno, durante il quale dovevamo rispondere ad alcune domande, ma non ricordo bene il titolo della trasmissione (forse “Caccia al numero”), a cui non abbiamo dato la risposta giusta; fu comunque una bella esperienza, con l’equipe della RAI che aveva fissato la propria postazione nella spiaggia davanti al collegio in una fredda sera invernale.
In quei tempi la nostra scuola iniziava il 1° ottobre e terminava il 31 maggio, perché la maggior parte dei giovani riminesi lavorava durante la stagione estiva nei bar, ristoranti, pensioni, alberghi, in spiaggia, ecc.; anch’io nell’estate del 1962 feci una breve esperienza, su proposta del mio preside, alla reception della pensione gestita dalla moglie, ma il lavoro era molto stressante e in fondo io, dopo tanti mesi di lontananza, non vedevo l’ora di tornare a casa mia.
Il collegio organizzava ogni anno una gita, così ebbi l’opportunità di andare nella vicina San Marino, a Napoli (ospiti del collegio di Castellammare di Stabia), a Roma (mi toccò il compito, con mio grande imbarazzo, di cenare accanto al Direttore Generale delle Ferrovie, in quanto in quel periodo ero la capo collegio), in Svizzera (Berna, Interlaken e lago di Thun).
Nel 1963 la scuola mi regalò, per buon rendimento, la gita di fine corso a Parigi; il collegio mi consentì di andare solo dopo aver avuto l’approvazione di mia madre. Fu una bellissima esperienza e, a distanza di anni, riconosco che i miei compagni e gli insegnanti furono molto premurosi con me, sapendomi ospite del collegio.
Luisa Ferretti, La nonna racconta, 2020. (collegiferrovieri.wordpress.com/author/collegiferrovieri/page/9/)
Verso la fine degli anni Sessanta, il collegio fu trasferito a Senigallia, mentre la Colonia Roma continuò a ospitare le classi delle scuole elementari e medie di Bellaria Igea Marina, mantenendo al contempo la sua tradizionale funzione di colonia estiva.

Il declino
Durante gli anni Settanta, a seguito del crescente benessere e della costante diminuzione demografica, si registrò una drastica riduzione della presenza di bambini nelle colonie italiane. Negli anni Ottanta e Novanta, la maggior parte di queste colonie venne chiusa o lasciata all’abbandono.
La colonia Roma chiuse definitivamente a metà degli anni Novanta.

da : https://www.facebook.com/groups/45037691843/

Nel 1998 la Colonia Roma e la villa Nadiani sono di proprietà pubblica. La società Metropolis ricevette l’incarico di vendere i beni per conto dello Stato. Il comune di Bellaria Igea Marina, guidato dal sindaco Italo Lazzarini, ottenne un diritto di prelazione per l’acquisizione, stimata in circa 8 miliardi delle vecchie lire (circa 4 milioni di euro).
Per la copertura economica si valutò il coinvolgimento della Banca di Credito Cooperativo che si dichiarò disponibile ad acquisire villa Nadiani come sede di rappresentanza (1,5 miliardi di lire), mentre il resto sarebbe stato destinato a un uso pubblico-privato della colonia, con albergo o attività commerciali. Tuttavia, il progetto non si concretizzò: il veto dei DS, partito di maggioranza, bloccò l’operazione per dubbi sulla sua sostenibilità.
Alla fine, fu acquisita solo l’infermeria, trasformata nel centro anziani “Alta Marea”.
Oggi la Colonia Roma, il parco e il villino Nadiani sono di proprietà privata e versano in uno stato di completo degrado e incuria, testimoniando tristemente il declino di una delle colonie più importanti del litorale romagnolo.


per approfondire:
- La pagina dedicata alla colonia Roma sul sito della Direzione generale archeologia belle arti e paesaggio del Ministero della Cultura
https://beniabbandonati.cultura.gov.it/beni/ex-colonia-marina-roma-e-annessa-villa-nadiani
- La pagina sul Catalogo generale dei Beni Culturali
https://catalogo.beniculturali.it/detail/ArchitecturalOrLandscapeHeritage/0800319212
- Siti di ex-collegiali con ricordi e tantissime foto :
http://collegiferrovieri.blogspot.com/p/bellaria.html
- L’articolo di Elisabetta Santandrea pubblicato su “Il Nuovo” con i ricordi del custode Enrico Alpi
http://www.ilnuovo.rn.it/archivio/20050120/articolo08.html
- Il libro che racconta delle strutture sanitarie neozelandesi alla colonia Roma


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