Storie Bellariesi

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Nel maggio del 1945 il Governo Provinciale Alleato di Forlì ordinò la creazione di un grande campo di prigionia lungo la costa adriatica, tra Rimini e Cervia, sotto il comando della 21st Royal Tank Brigade. Questo luogo passerà alla storia con il nome di “Enklave Rimini-Bellaria”.

Per la realizzazione del campo numerose abitazioni furono sgomberate e molti edifici requisiti, tra cui alberghi, ville e strutture pubbliche. Il complesso, articolato in 16 sezioni divise da recinzioni di filo spinato, arrivò a ospitare oltre 150.000 prigionieri: in maggioranza soldati di nazionalità tedesca, ma anche polacchi, russi e ucraini arruolati nell’esercito del Reich. Nell’Enklave furono rinchiusi anche soldati italiani che avevano aderito alla RSI2. I prigionieri che transitarono per l’Enklave furono complessivamente circa 300.000

I primi mesi nell’Enklave furono particolarmente duri: le abbondanti nevicate dell’inverno del 1945/46 e la mancanza di ripari adeguati resero la vita dei prigionieri estremamente difficile.

Nell’ottobre del 1945 circa 250 prigionieri italiani appartenenti a diversi reparti del disciolto Esercito Repubblicano furono trasferiti dal campo di Coltano all’Enklave. Una lettera inviata in quei mesi alla Segreteria di Stato Vaticana restituisce un’immagine diretta e drammatica delle loro condizioni di vita nel campo.

(…) improvvisamente verso la fine di ottobre furono trasferiti al Campo Internazionale di Miramare di Rimini sperduti come si è detto fra 90 mila prigionieri tedeschi alle dipendenze del comando Alleato. Il trattamento è del tutto simile a quello di Coltano: circa 100 gr. di pane, un pò di thé e una minestra di verdura; ma le loro condizioni sono infinitamente aggravate dal freddo della stagione: contro ogni senso di umanità dormono tuttora per terra sotto tende; anzi i primi giorni non ebbero neppure tende efficenti e durante le pioggie torrenziali non ebbero alcun riparo: vissero per giorni e giorni accoccolati l’uno accanto all’altro non potendo sdraiarsi nel pantano. Anche ora una delle quattro coperte a loro disposizione viene stesa sulla nuda terra ma la grande umidità la impregna subito d’acqua.4

Con l’arrivo della primavera e con la costruzione di ricoveri adeguati la situazione migliorò.

Le attività all’interno dell’Enklave

Nell’Enklave non erano previsti i lavori forzati e gli Alleati concedevano grande libertà ai prigionieri nell’organizzazione della propria giornata. Le misure di sicurezza non erano particolarmente rigide e diversi furono i tentativi di evasione. Tra le fughe più note figurano quelle di due famigerati ufficiali delle SS: il capitano Erich Priebke e il colonnello Walter Rauff.

Die Brücke – Deutsche Lagerzeitung in Italien

Stampato nel campo di prigionia, il quotidiano «Die Brücke» si presenta fin dal primo numero come uno strumento di transizione culturale e politica. Il giornale rifiuta esplicitamente ogni funzione dogmatica: “Un giornale non è un oracolo, non è un vangelo e non è una Bibbia […]. Si esprimono opinioni, si presentano punti di vista”.

Accanto agli articoli sulla ricostruzione della Germania e sulla democrazia, trovano spazio anche contenuti pratici e culturali destinati alla vita quotidiana dei prigionieri: lezioni di inglese, rubriche educative e perfino ricette.

Il giornale si propone così di aiutare i prigionieri a “fare i conti con il passato e riorientarsi verso il futuro”, offrendo al tempo stesso strumenti concreti per affrontare la vita in cattività. La trascrizione integrale del primo numero di «Die Brücke», accompagnata da una traduzione automatica a fini di consultazione, è disponibile a questo link:

Alma Mater Bellariensis

L’organo di latta

All’interno dell’Enklave venne costruito anche un grande organo “di latta”, realizzato con materiali di fortuna.

La sua storia, sorprendente e poco conosciuta, è raccontata qui.

L’Enklave, aperta nel maggio 1945, sarà smantellata a partire dall’ottobre del 1946 con la chiusura definitiva nell’estate del 1947.

Quando gli Alleati libereranno la spiaggia, quando lasceranno la città? è la domanda che si pongono i cittadini che vogliono lasciarsi la guerra alle spalle e prendersi in mano il futuro.

L’ articolo “Se ne vanno finalmente”, pubblicato sul quindicinale “L’Adriatico – Corriere della riviera romagnola” il 5 luglio 1947, ben interpreta i sentimenti della popolazione :

Dopo tanta attesa, questa volta sembra se ne vadano per davvero. Passeranno i novanta giorni previsti dal Trattato, poi se ne andranno. Smobiliteranno. Toglieranno le loro tende, baracche, attrezzature, fili spinati. Sgombreranno aree, ville, alberghi. Noi torneremo ad essere padroni delle cose nostre, in casa nostra. E non più udremo le parlate forestiere; non più correremo il pericolo di venir stritolati dai loro camion di ferro lanciati a velocità pazza come su piste di cenere.

Per le strade e sui filobus non più vedremo le uniformi kaki di quei biondi ragazzoni tanto simpatici, loro, la loro valuta, la loro cioccolata, le loro sigarette, a certe donnette nostrane e di fuorivia; quei biondi ragazzoni che malgrado tutto hanno sempre malcelato la baldanza del vincitore.

Trascorsa l’euforia del primo momento, quando la guerra s’abbatté terribilmente sulla nostra contrada, e s’era così stanchi di patire che qualsiasi mutamento poteva venire accettato per buono, dovemmo in seguito pagare lo scotto di quell’entusiasmo iniziale. Materialmente e moralmente pagare (…) Fummo mortificati, ostacolati, intralciati, ma covammo sempre la nostra speranza: che sarebbe giunto il giorno della fine, e allora avremmo messo mano alla nostra ripresa, recuperato il tempo perduto.

Il ricordo di Odo Fantini

I contrasti tra la popolazione locale e i prigionieri furono inevitabili. La guerra era finita da pochi mesi, lasciando dietro di sé lutti e distruzione, e i residenti si trovavano a osservare all’interno del campo i nemici prigionieri vivere in condizioni di relativo benessere. Il denaro circolava liberamente, alimentando il mercato nero e la prostituzione. Non sorprende, quindi, che i rapporti tra i detenuti e i belligeani non fossero sempre facili.

Una sera in piazza Marcianò, c’era una. Io ero lì con altri ragazzi, alcuni dei quali iscritti al Fronte della Gioventù (il movimento giovanile del PCI). Ad un tratto questi giovani vengono avvicinati da dei polacchi che li costringono a togliere i distintivi e li prendono a schiaffi. Avvertito del fatto, mi faccio avanti ed inizio a discutere con i soldati. D’improvviso uno di costoro mi si para davanti con un lungo punteruolo in mano. Senza perdere un attimo gli sferro un pugno, lui crolla a terra con una larga ferita sul volto. Gli altri se la danno a gambe. Dopo qualche tempo la polizia militare mi avvertì di stare in guardia, perché c’era chi voleva farmela pagare. Un giorno i polacchi assediarono un bar credendomi là dentro, ma io ero altrove.

Alcuni prigionieri erano pieni di soldi, addirittura mazzette di banconote nuove di zecca. Pagavano con denaro, oro, orologi, vestiario. In molti hanno fatto affari con loro e qualcuno è riuscito persino a guadagnare tanto da costruirsi l’albergo

Ricordi di Odo Fantini, giovane capo partigiano ai tempi della guerra, futuro sindaco di Bellaria Igea Marina

Il Cimitero di guerra tedesco di Cervia (Deutscher Ehrenfriedhof Cervia)

Per dare sepoltura ai militari tedeschi morti all’interno dell’“Enklave di Rimini-Bellaria” e ai soldati caduti nel circondario, recuperati da tombe provvisorie, si decise di realizzare il Cimitero di guerra tedesco di Cervia (Deutscher Ehrenfriedhof Cervia), costruendolo in un’area a nord dell’Enklave, nei pressi della pineta di Cervia, in località Lido di Classe, in provincia di Ravenna. L’inaugurazione del cimitero avvenne il 4 ottobre 1945.

Negli anni successivi il cimitero fu più volte ampliato, fino a ospitare oltre seimila salme (208 i soldati morti durante la prigionia)5 distribuite su quasi cinque ettari di terreno. Il Comune di Ravenna non ritenne opportuno mantenere un cimitero di guerra in un’area destinata a svilupparsi come polo turistico, a ridosso di Milano Marittima alla fine degli anni Sessanta dispose la traslazione dell’intero complesso nel Cimitero Militare Tedesco del Passo della Futa, situato a 952 metri di altitudine sull’Appennino tosco-emiliano a circa 40 chilometri da Bologna. Con i suoi 30.776 caduti, è oggi il più grande cimitero militare tedesco in Italia.

La Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge e. V., organizzazione umanitaria incaricata dal governo federale tedesco di occuparsi della cura delle tombe dei soldati morti in guerra, trasferì le lapidi commemorative che erano state realizzate dai prigionieri dell’Enklave e collocate originariamente a Cervia, custodendole in una cripta presso il Cimitero Militare Germanico della Futa.

La scritta di fianco all’ingresso del cimitero : Deutscher Ehrenfriedhof Cervia – Cimitero di guerra tedesco di Cervia

Le lapidi conservate all’interno della cripta “Cervia” al Cimitero Militare Germanico della Futa


I disegni dall’Enklave

I disegni dal campo di Bellaria

Georg Huber è un giovane soldato tedesco. Dopo essere stato catturato dagli americani, viene condotto nel campo di prigionia di Bellaria. Appassionato di disegno riproduce, su fogli di fortuna, scene di vita quotidiana: la fila per l’acqua, il trasporto dei sacchi davanti la casa colonica, il barbiere, gli italiani sulla spiaggia e le barche nel mare.

Finita la guerra, il soldato Huber ritorna a casa, riprende la sua vita e lascia i disegni chiusi in un cassetto fino al 1995 quando li dona al sindaco della sua città, Wangen im Allgäu, che li utilizza per un cartoncino celebrativo.

Anni fa un amico tedesco, conoscendo la mia passione per la storia di Bellaria, mi ha donato quel cartoncino.

La traduzione del testo presente nel cartoncino celebrativo:

Le nozze di diamanti sono sempre un’occasione per chiedersi come è andata.

Il signor Georg Huber, un amichevole e così umile abitante di Wangen, di casa a Burgelitz, conosceva e ammirava anche lo scultore Willy Blaser, figlio della famiglia vicina, morto durante la prima guerra mondiale.

Lui stesso iniziò un apprendistato come sarto poco più che ventenne, lo interruppe per mancanza di soldi, divenne operaio nel reparto attrezzature, poi a Wiedemann, dove finì per lavorare come bidello. Inoltre, il signor Huber era un talento del disegno che non è mai stato incoraggiato. Disegnava sempre: cose dalla sua terra, da dove si trovava durante la guerra, in Francia, in Italia.

Come si suol dire, è stato fortunato, è stato fatto prigioniero dagli americani.

In vista delle colline sammarinesi, sopravvive, notando il trasporto dei sacchi, la trepidazione e la fila per l’acqua, i compagni che sono saliti su una cucina da campo per guardare qualcosa, il barbiere del campo, gli italiani (che invidia) sulla spiaggia e scopre nel campo – che gioia – un connazionale, Hansl Brutscher.

Disegna su piccoli foglietti e fogli trovati per caso con alcune matite colorate accuratamente custodite. Sono molto grato al signor Huber per avermi messo a disposizione i suoi schizzi ben tenuti come ricordo dell’anno 1945.“ – Dott Jörg Leist, Sindaco

Gli acquarelli di Peter Luksch

Gli acquarelli dell’artista austriaco Peter Luksch (1901-1988) realizzati durante la prigionia a Rimini e Cesenatico. ©Museen Nord


La storia del campo di prigionia di Rimini, a lungo ignorata, è stata ricostruita da Alessandro Agnoletti, storico e direttore della biblioteca comunale di Bellaria Igea Marina.

Per approfondire:

  • Alessandro Agnoletti, Enklave Rimini-Bellaria, Guaraldi, 1999.
  • Alessandro Agnoletti, In fuga da Rimini, Panozzo Editore, 2009.
  • a cura di Patrizia Dogliani, Rimini Enklave 1945 – 1947, Clueb, 2005.

Sul web:

https://de.metapedia.org/wiki/Deutsches_Hauptquartier_Bellaria

Rivista ACTA della fondazione della R.S.I. – Istituto Storico. Settembre-novembre 2013


Note

  1. a cura di Patrizia Dogliani, Rimini Enklave 1945 – 1947, Clueb, 2005, pag. 6. ↩︎
  2. “Sua eccellenza mons. Adriano Bernareggi, vesc. di Bergamo, invia e raccomanda alla Santa Sede una supplica, firmata dalla signora Lanza Giulia nonché dalle madri e spose di una cinquantina di bergamaschi che si trovano internati nel campo internazionale prigionieri di guerra di Miramare di Rimini” – “esposto collettivo di alcune donne rimesso dal vescovo di Bergamo e inviato al nunzio d’Italia con sua risposta circa l’intervento presso il ministero della Guerra (1° dicembre 1945-9 gennaio 1946)” da L’Archivio della Commissione Soccorsi (1939-1958). A cura di Francesca Di Giovanni e Giuseppina Roselli, 2019, Città del Vaticano, Archivio Apostolico Vaticano, 2019, pagina 352. ↩︎
  3. montemaggi.it/heinrich-von-vietinghoff-scheel-il-generale-tedesco-che-termino-la-guerra-in-italia ↩︎
  4. Inter arma caritas – L’Ufficio informazioni vaticano per i prigionieri di guerra istituito da Pio XII (1939-1947), volume 2 documenti – pagina 1285 ↩︎
  5. a cura di Patrizia Dogliani, Rimini Enklave 1945 – 1947, Clueb, 2005, pag. 136 ↩︎


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Commenti

2 risposte a “Enklave Rimini Bellaria, 1945-1947”

  1. Avatar Giovanni Chistè
    Giovanni Chistè

    Mio padre Davide Chistè era li internato dal 1.10.1945 al 16.0.1946. Era italiano. Finora non sono riuscito a trovare la lista in cui compare il suo nome e il mottivo della prigionia.

    1. Avatar Claudio Pasolini

      Grazie per la testimonianza, purtroppo non ho un elenco dei nomi dei detenuti nell’Enklave.

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