Alfredo Panzini è stato uno scrittore, critico letterario e lessicografo.
Originario di Rimini, il lavoro di insegnante lo aveva portato a vivere prima a Milano e poi a Roma. Ma già dalla fine dell’Ottocento Panzini e la sua famiglia sceglievano Bellaria per trascorrere le vacanze estive, attratti dalla tranquillità e dall’ aspetto ancora “selvaggio” e incontaminato del luogo.
Inizialmente Panzini prendeva in affitto una piccola casetta ma all’inizio del Novecento acquistò un terreno nella zona della Cagnona, proprio accanto alla ferrovia. Qui nel 1904 fece erigere la sua villa, quella che oggi noi conosciamo come la “Casa Rossa”: un nome dovuto al caratteristico colore del suo intonaco.

Bellaria agli inizi del Novecento
Nei primi anni del Novecento Bellaria era un centro di circa 4.000 abitanti. La zona costiera era caratterizzata da poche case sparse nella vegetazione spontanea. La maggior parte delle modeste abitazioni si trovava nella zona che andava dalla “borgata vecchia” fino alla piazza (l’odierna piazza Matteotti) e lungo la sponda sinistra del fiume Uso. Solo nel 1906, grazie a Vittorio Belli, sarebbe sorta la località di “Igea Marina“.
All’epoca le condizioni di vita in questa frazione, trascurata, del Comune di Rimini erano decisamente difficili, caratterizzate da diffusa povertà e analfabetismo. La svolta iniziò quando le famiglie benestanti delle città scoprirono la costa, cercando aria pura, tranquillità e i benefici dei bagni di mare. Molte di queste scelsero proprio Bellaria per edificare le loro ville, le vere e proprie “seconde case” di quel periodo.

La famiglia Panzini alla Casa Rossa
Terminata la costruzione nel 1906, dal 1907 la famiglia Panzini trascorre l’estate alla Casa Rossa.
La villa si presenta esternamente semplice, quasi austera, simile a una casa cantoniera. Ordinaria rispetto a quelle costruite in quel periodo a Bellaria. Tuttavia, la sua posizione elevata attira lo sguardo di chi la osserva dalla strada che oggi porta il nome dello scrittore, facendola sembrare più grande e maestosa di quanto non sia in realtà.


La lapide che si vede sopra la porta lato mare fu posta nel 1949, a dieci anni dalla morte di Panzini, dal Comune di Rimini (che ancora comprendeva Bellaria Igea Marina autonoma dal 1956). La lapide reca la seguente epigrafe:
« Dal sole, dal mare, dal vento
ispirato
Alfredo Panzini
scrisse in questa casa
pagine umane che il tempo non disperderà
Nel decennale della morte
9 aprile 1949
il municipio di Rimini
pose »


La Casa Rossa si sviluppa su due piani più uno interrato. Ai tempi di Panzini l’entrata principale era quella rivolta verso il mare, come si vede nella foto sotto a sinistra.


Al piano terra c’era la sala da pranzo ed il soggiorno. Nella sala da pranzo era presente un piccolo montacarichi (oggi “nascosto” da un mobile) che serviva a far salire le vivande dalla cucina che si trovavano nell’interrato.
Al primo piano si trovava la grande stanza adibita a studio e camera da letto di Panzini, dalla quale si godeva una splendida vista che spaziava dalle colline fino al mare. C’era la camera di Clelia, con un ritratto di Dante sul soffitto, e quella dei ragazzi. Vi era inoltre un bagno, un lusso per quel tempo, i cui sanitari originali sono pervenuti sino ai nostri giorni.
Le pareti ed i soffitti sono finemente decorati con richiami all’arte classica e al viaggio.



Sui quattro lati esterni della casa Panzini fece incastonare delle ceramiche con i titoli delle sue opere e motti di spirito: asportate e rovinate dal tempo, oggi in parte sono state sostituite con repliche.

La Casa Rossa è stata per Alfredo Panzini un laboratorio creativo il centro amministrativo per gestire le sue proprietà terriere, un punto di vista privilegiato sul mondo rurale che tanto influenzò la sua narrativa. Durante i mesi estivi, la villa si trasformava in un epicentro culturale, attirando personalità di spicco del calibro di Alfredo Oriani, Renato Serra, Marino Moretti, Antonio Baldini, Sibilla Aleramo, Margherita Sarfatti e Filippo De Pisis. Questi incontri erano spesso frutto dell’iniziativa di sua moglie, Clelia Gabrielli, pittrice di talento, le cui opere adornano ancora oggi le stanze della casa. La Casa Rossa fu per Panzini, fino all’autunno del 1938 – l’anno precedente la sua morte – il teatro dei periodi più sereni e creativi della sua esistenza di uomo e di letterato.


Alla Casa Rossa Panzini scrive diversi suoi racconti, dal Diario di Guerra al Padrone sono me!; scrive articoli per i più importanti quotidiani e riviste nazionali e tiene una fitta corrispondenza documentata dall’importante archivio conservato presso la biblioteca comunale.
Qui l’Accademico si toglie la divisa, indossa camicia e cappellaccio ed entra in quel “mondo piccolo” che amava a dispetto di una società moderna che sentiva estranea.
Bellaria è una piccola patria in cui mettere radici per ritrovare un appiglio solido in mezzo allo scompiglio generale. E la Casa Rossa assume subito i tratti della dimora anti-intellettuale, un Vittoriale alla rovescia, un Castelvecchio più semplice: un cubo di mattoni in cima a una duna di sabbia, esposta al vento del mare e al rumore della ferrovia, solida ma aperta agli spazi della fuga: il mare, il treno la strada, la bicicletta.
Marco Antonio Bazzocchi, La Casa Rossa di Alfredo Panzini – Comune di Bellaria Igea Marina 2009
Il “pensatoio” e Casa Finotti
Poco distante dalla villa c’era un pozzo e una dependance destinata agli ospiti, chiamata “il pensatoio” oggi sede di coworking e formazione sul mondo digitale.


La villa era circondata da un parco e al di là del fossato si estendeva il piccolo podere di Finotti (il contadino che ritroveremo nel libro “I giorni del sole e grano”) con la casa colonica, la stalla del cavallo e la rimessa per il calesse. Negli anni successivi la proprietà venne ampliata acquistando i terreni confinanti.



La famosa foto di Alfredo Panzini e la sua bicicletta di fronte alla scala di Casa Finotti.
La Casa Rossa dopo Alfredo
Dopo la morte di Panzini, la villa continuò a vivere grazie a Clelia e ai suoi figli, che l’abitarono fino alla metà degli anni Settanta.



La vendita, il declino e … il restauro
Nel 1976 i figli di Panzini vendono la Casa Rossa e i terreni circostanti alla Immobiladria s.p.a., ma nel 1981 interviene la Soprintendenza ponendo un vincolo sulla Casa Rossa ed il terreno circostante, per complessivi 17.384 metri quadrati.

Per la Casa Rossa incomincia un lungo periodo di oblio e degrado che si concluderà nel 2004 quando il Comune acquisisce la villa, le pertinenze ed il parco grazie ad un contributo di un miliardo e mezzo di lire della Fondazione Cassa di Risparmio.

Nel marzo del 2006 partono i lavori di restauro.
Il 15 dicembre 2006 la Casa Rossa viene inaugurata e riaperta al pubblico.
La Casa Rossa di Alfredo Panzini – Museo e Parco culturale
Oggi la villa di Alfredo Panzini è una Casa Museo visitabile le sere d’estate e durante le aperture straordinarie in primavera ed in autunno. L’entrata è un viaggio nel tempo, torniamo nella quiete dei primi del ‘900 lasciando alle spalle la confusione di oggi.
L’entrata attuale della Casa Museo corrispondeva all’ingresso secondario che si apriva sul giardino, l’ingresso principale era quello verso il mare.
All’interno troviamo i pochi oggetti salvati dalla razzia: la bicicletta, la scrivania, i quadri di Clelia … l’elenco completo lo trovate qui.





Nell’installazione dell’artista Claudio Balestracci troviamo fotografie e documenti originali dall’archivio Panzini.
Nella casa Finotti viene allestita ogni estate una mostra legata al mondo di Panzini.
Il parco, aperto tutto l’anno, ospita le sere d’estate gli incontri dell’Accademia Panziniana e diversi eventi culturali.

Fonti
La Casa Rossa nel Catalogo Generale dei Beni Culturali
Arnaldo Gobbi, Alfredo Panzini Bellariese insigne, 2007
