La storia del castello di Bellaria si sviluppa nell’arco di circa due secoli, tra il 1350 e il 1550, ed è strettamente intrecciata a quella della famiglia Malatesta, signori di Rimini.
Il castello sorgeva in una posizione strategica tra Rimini e Cesena, in un territorio allora ricco di vegetazione e di fauna selvatica. In quell’epoca ai nobili riminesi non era consentito risiedere fuori dalle mura cittadine; il castello di Bellaria offrì quindi ai Malatesta che lo abitarono un luogo appartato, dove poter coltivare le proprie relazioni private.
Le possenti mura e la presenza del fiume Uso assicuravano una difesa naturale ed efficace. Con la fine della dinastia malatestiana, il castello conobbe un rapido declino e cadde nell’oblio.
In questo articolo raccolgo e metto in ordine le notizie e i documenti che permettono di ricostruirne la storia. In fondo troverete la mappa del catasto Calindri, che mostra com’era e dov’era il castello, la fotografia del piccolo tratto di mura rimasto e l’unico disegno noto.
1357
Galeotto I Malatesta (Rimini, 1300 circa – Cesena, 21 gennaio 1385), signore di Rimini, nipote di Malatesta da Verucchio detto il Mastin Vecchio – figura resa celebre da Dante Alighieri nella Divina Commedia -, acquista dalla famiglia Belmonte una villa situata lungo l’argine sinistro del fiume Uso, a pochi chilometri dalla foce.
“Appresso il fiume Rubicone, modernamente chiamato l’Uso, vi è il Castello di Bellaria, che prima era Villa, chiamata le Tombe dell’Uso, e dopo le Delitie de’ Malatesta, fra le quali fu poi eretto il Castello nella forma, ch’oggi si vede con le ruine, &c. Di questa Villa n’erano già Padroni i Belmonte, che la vendettero a Galeotto Malatesta Principe di Rimino l’anno 1357.“

Secondo il Clementini l’acquisto avvenne nel 13591.
Il castello di Bellaria apparteneva quindi ai Malatesta: un bene di famiglia, non un feudo ricevuto in concessione.
Oggi il termine “villa” indica una residenza signorile, ma nel Medioevo aveva un significato diverso: indicava un insediamento rurale, una piccola comunità di campagna con case, terreni coltivati e magari una chiesa o una torre.
Il termine tumba (o tomba) indicava un palazzo-fortezza o una fattoria fortificata. Questi edifici erano generalmente caratterizzati da un fossato circondato da alte mura, una porta con il ponte levatoio, un edificio principale e una torre. In caso di pericolo, la tumba era accessibile anche alla popolazione rurale, che vi trovava rifugio entro le mura.2
Sarà Galeotto I Malatesta a trasformare questo insediamento rurale in un vero e proprio castello.
Castrum Usi non è il castello di Bellaria.
Quando si vuol fare riferimento alle origini di Bellaria Igea Marina viene spesso citato Castrum Usi, toponimo attestato sin dal 1200 e noto soprattutto per comparire nel testamento di Malatesta di Verucchio, redatto il 18 febbraio 1311. In esso il signore di Rimini proibisce ai suoi eredi di alienare, per vent’anni dopo la sua morte,
“qualunque bene ed ogni diritto che si possa esercitare nella curia di Castel dell’Uso comitato di Rimini, pieve di Santarcangelo e cappella di Trebbo con le sue terre e luoghi adiacenti, il suo mulino in Luse con l’acqua, i canali, diritti e pertinenze, terra, fabbricato, fossato, macchinari, macine e il terreno e la vigna che sta attorno”. 3
Tuttavia Castrum Usi non è identificabile con il castello di Bellaria. Nelle fonti medievali esso è sempre collocato nella pieve di Santarcangelo, mai in quella di Bordonchio, e nominato sempre assieme a Trebbio, San Marino in Lizzano e a Camerano.
Alla luce di questi elementi, Castrum Usi, si trovava probabilmente nel territorio della frazione di Poggio Berni nell’odierno comune di Poggio Torriana.
1366
In due atti di vendita del Codice Pandolfesco datati 10 gennaio e 13 marzo 1366 4 sono citati la cappella di S. Margherita e l’adiacente castello:
capella Sancte Malgarite de tumbis Uxis et nunc vocatur Tumba de Belaiere – (La cappella di Santa Margherita della tumba dell’Uso adesso chiamata Tumba di Bellaria)
Si tratta della prima attestazione scritta di Bellaria (Belaire) e del suo castello, indicato con il termine Tumba.
1382 – 18 agosto
Il poderoso esercito di Luigi I d’Angiò e di Amedeo VI di Savoia, detto il Conteverde, si muove verso Napoli contro Carlo di Durazzo, nel tentativo di restaurare sul trono la regina Giovanna I, deposta e tenuta prigioniera. Nel suo cammino l’armata attraversa la Romagna.
Galeotto I Malatesta, alleato di Carlo di Durazzo, protegge il proprio territorio: non concede vettovaglie né permette il libero transito dell’esercito angioino. Ordina di mettere in salvo nelle mura cittadine il bestiame, il foraggio e ogni risorsa utile, impedendo così rifornimenti e saccheggi maggiori.5
Quando, nell’agosto del 1382, le truppe angioine giungono a Bellaria, devastano le case e i campi circostanti. Ma il castello resiste: le sue mura solide accolgono quanti vi cercano rifugio, trasformandosi in un’isola sicura, un baluardo in mezzo al caos della guerra che divampa tutt’intorno.
« MCCCLXXXII (1382), del mese d’agosto venne in Italia el duca d’Angiò zio del Re di Francia cun grandissima quantità di gente d’arme. (…) A dì 18 de agosto venne el duca et sua gente ad albergo a Bello aire (Bellaria), e lì brusciò e guastò ciò che era fora de la fortezza »


Cronichetta dei Malatesti, scritta nel sec. XIV da anonimo riminese, pubblicata sopra due antichi mss., per cura e con annotazioni di F. Z. F., Faenza, Vincenzo Marabini e Figlio, 1846, p. 117.
E’ da ritenersi errato il racconto di Nicolò II Masini, secondo cui Alberico da Barbiano assediò e danneggiò gravemente il castello di Bellaria.6 In realtà, Alberico, alleato di Galeotto Malatesta, contribuì alla difesa di Rimini e di altre città della Romagna, e il castello di Bellaria resistette durante le ostilità.
1384
Galeotto I Malatesta, in punto di morte, fa edificare la chiesa di S. Margherita accanto al castello di Bellaria.
“(…) giunto egli a Rimino, e vedendosi in età grave, già stanco nell’arme, poco meno, che le depose affatto, e si diede al pensiero della salute dell’anima, & all’acquisto dell’eterna vita, alla quale si fece strada con ergere tre Chiese da fondamenti, la prima in onore di San Giorgio, martire nel Castello del Poggio d’Iberni, l’altra in onore di Santa Malgherita à canto il castello di Bellaria, o Bell’aere, e l’ultima di San Giacomo Apostolo, nel luogo, detto le Caminate della Diocesi di Fano” 7
Viene quindi ampliata o completamente rifatta la “capella Sancte Malgarite de tumbis Uxis” citata precedentemente. L’attuale chiesa di Santa Margherita (Bellaria Monte), dal celebre campanile triangolare, risale alla fine del Settecento.


1385 – 21 gennaio
Alla morte di Galeotto I Malatesta, la signoria, e con essa il castello di Bellaria, passano a Carlo Malatesta.

Boccale in cinque pezzi, mancante del manico e di parte dell’orlo: alto 21 cm.
E’ decorato da una doppia ghirlanda di manganese a bacche in verde ramina, contenete una iniziale K, pure in manganese: il tutto assai sbavato. Somiglia ad altro boccale arcaico del Museo Civico di Rimini, che si spiega come appartenete a Carlo Malatesta.
Pare provenga dalla demolita rocca di Bellaria (ora casa Lumini), i comune di Rimini 8
1412 – 23 dicembre
Papa Gregorio XII, il papa del Grande Scisma, arriva a Cesenatico. Viene accolto da Carlo Malatesta, che lo accompagna al castello di Bellaria, dove si ferma per una notte 9. Il giorno seguente, la vigilia di Natale, entra a Rimini “incontrato solennemente da tutto il clero e dall’intera città”.
La sosta di Gregorio XII al castello di Bellaria non fu un episodio secondario. In un momento delicatissimo per la Chiesa, segnato dal Grande Scisma, l’ospitalità offerta da Carlo Malatesta conferma il ruolo del castello come luogo sicuro e rappresentativo, capace di accogliere una delle massime autorità del tempo lungo un itinerario politico e diplomatico di primaria importanza.

1414
Muore al castello, a soli diciannove anni, Galeotto, figlio di Andrea Malatesta, signore di Cesena e fratello di Carlo. 10
1429 – 14 settembre
Alla morte di Carlo, la signoria passa a Sigismondo Pandolfo.
1456
Il castello di Bellaria accoglie una presenza illustre:Antonia da Barignano, madre di Sigismondo Pandolfo, signore di Rimini, e di Malatesta Novello, signore di Cesena: due dei massimi protagonisti della signoria malatestiana. È lei a gestire un piccolo ma strategico presidio alla foce dell’Uso: l’osteria delle Smirre, con il suo capanno, l’orto, una barca e il diritto di pedaggio sul fiume. Un microcosmo di potere femminile in un territorio di confine.
Non abbiamo un volto da associare ad Antonia, ma la sua impronta è nitida nelle carte. Lo storico Oreste Delucca ha portato alla luce documenti che la collocano stabilmente nel castello. Negli stessi documenti si trova traccia di una camera destinata a Sigismondo, come se Bellaria fosse una piccola appendice domestica della corte malatestiana.

Il 15 maggio 1456 Sigismondo Pandolfo Malatesta si trova a Bellaria.
Appresa la notizia che a Savignano la peste aveva già provocato morti e numerosi ammalati, interviene con decisione: scrive ai paesi vicini ordinando che nessuno varchi il territorio di Bellaria, evidentemente ancora risparmiato dal contagio.
La pena è durissima: la morte e la confisca di tutti i beni.11
1462
Nel 1462 il castello di Bellaria passa di mano in uno dei momenti più critici per la signoria malatestiana. Federico da Montefeltro, duca d’Urbino e capitano di ventura tra i più abili del suo tempo, agisce per conto della Santa Sede nella guerra contro Sigismondo Pandolfo Malatesta. In questo contesto, il castello di Bellaria viene sottratto a Sigismondo, rientrando tra i territori che la Chiesa intende recuperare dopo anni di tensioni, scomuniche e conflitti aperti.
L’azione di Federico non è un episodio isolato, ma parte di una strategia più ampia: smantellare il potere malatestiano lungo la costa e nell’entroterra, colpendo presidi, castelli e punti di controllo che garantivano a Sigismondo il dominio sul territorio. Bellaria rientra in questo disegno.
1465 – 20 novembre
Muore al castello di Bellaria Domenico Malatesta, detto Malatesta Novello signore di Cesena

Questa notizia è riportata da Oreste Delucca (Sigismondo Pandolfo Malatesta controverso eroe, Bookstones, 2016) che cita Oreste Cavallari (Sigismondo Malatesta, E.L.S.A., Rimini 1978, pagina 394) – ma non è confermata. Altri autori sostengono che Malatesta Novello morì a Cesena.
1471
Roberto Malatesta, succeduto al padre Sigismondo Pandolfo al governo di Rimini, riconquista il castello di Bellaria, sottraendolo alla Chiesa e riportandolo temporaneamente sotto il dominio della famiglia.
Abile condottiero e figura energica, Roberto approfitta del mutato scenario politico e delle tensioni interne allo Stato pontificio per recuperare alcuni territori strategici. Il castello di Bellaria rientra tra questi.

1479 – 28 febbraio
Roberto Malatesta scrive una lettera nella quale illustra i motivi che lo costringono ad abbandonare i servigi del papa e la invia al suo cancelliere Giovanni Antonio da Fano in Roma. In essa Roberto risponde alle accuse rivoltegli dalle autorità pontificie, in particolare dal governatore di Cesena, che lo dipingevano come restio a partecipare alle operazioni militari.
Roberto ricostruisce dettagliatamente le proprie azioni: l’obbedienza agli ordini ricevuti, le difficoltà economiche affrontate, il pagamento delle truppe con denaro proprio e le condizioni drammatiche causate da guerra, carestia e peste. Rivendica di aver sempre agito per l’onore e il bene della Santa Sede, pur tra sospetti e incomprensioni.
In un passaggio compare Bellaria e il suo castello:
“(…) monsignore lo governatore de Cesena scrisse a Nostro Signore che io non andaria mai in campo,perché io fortificava Bellaere” 12
Questo passo dimostra che il castello di Bellaria era in fase di fortificazione nel 1479.
1482 – 10 settembre

Alla morte di Roberto Malatesta, la signoria passa al figlio Pandolfo IV Malatesta, che ha appena sette anni. La tutela, fino ai vent’anni, viene affidata a Galeotto Malatesti.
A sinistra: Pandolfo IV Malatesta raffigurato nella Pala di San Vincenzo Ferrer del Ghirlandaio (1493-96 circa) conservata al Museo della Citta di Rimini, particolare. ©Wikipedia
1497 – marzo
Nella città di Cesena erano in lotta la fazione dei Martinelli, appoggiata da Pandolfo IV Malatesta, e quella dei Tiberti, sostenuta dal duca di Urbino e dalla Repubblica di Venezia, nel tentativo di conquistare il predominio cittadino.
Pandolfo, dopo aver accolto Battista Martinelli e i suoi compagni, fornì loro alcuni cavalieri e fanti, che in seguito compirono saccheggi a Campo d’Argine.
In risposta, i cesenati irruppero con trecento fanti a Bellaria, rimasta sguarnita poiché Pandolfo villeggiava a San Giovanni in Marignano, ecatturarono ottanta capi di bestiame e le cavalle del signore di Rimini che lì pascolavano. Riconosciute come appartenenti a Pandolfo, il governatore di Cesena ne ordinò la restituzione.13
1498 – 20 gennaio
I membri di diverse famiglie nobili riminesi, ostili a Pandolfo IV Malatesta, tramano un complotto con l’obiettivo di eliminare il giovane signore e porre fine al dominio malatestiano sulla città: sarà ricordato come la congiura degli Adimari. L’agguato avrebbe dovuto compiersi durante la funzione religiosa nella chiesa di Sant’Agostino, a Rimini, la sera del 20 gennaio 1498, ma Pandolfo riuscì a sfuggire all’attacco. I responsabili furono arrestati e puniti: il 13 febbraio 1498 tredici uomini furono impiccati ai merli di Castel Sismondo, tra loro Adimario Adimari, accusato di essere il capo della congiura.
La sera del 20 gennaio 1498 Pandolfo IV Malatesta aveva raggiunto la chiesa di Sant’Agostino partendo dal castello di Bellaria.
Il Clementini racconta che:
“Dimorava in quell’ stagione il Signore a Bell’aria, ove si può credere, che à quei tempi fosse molto delitioso Castello: poichè ò per l’amenità del luogo, ò per commodità di pescare, ò della caccia vi si trattenevano anco di mezo verno.”14
In italiano moderno:
“Dimorava in quella stagione il Signore a Bellaria, dove si può credere che a quei tempi fosse un castello molto delizioso; poiché, o per l’amenità del luogo, o per la comodità della pesca o della caccia, vi si trattenevano anche nel mezzo dell’inverno.”
Il castello è descritto come “molto delizioso”: una residenza signorile apprezzata per l’amenità del luogo e per le opportunità di pesca e di caccia. Il testo aggiunge un dettaglio significativo: vi si soggiornava anche nel mezzo dell’inverno. Ciò suggerisce che il castello fosse pienamente abitabile e frequentato tutto l’anno, circondato da un ambiente ricco di risorse.
Il castello di Bellaria appare così come un luogo di soggiorno signorile, capace di coniugare controllo del territorio e piacere della vita di corte.
1511
I sindaci di Rimini, Benzi e Dini, inviano a presidiare il castello di Bellaria il fattore del comune Costantino de Babbini.
Nel mese di settembre Giovanni Sassatelli, detto “il Cagnaccio”, assale e occupa il castello. Rimini lo riconquista con la forza e, il 28 settembre, il consiglio ecclesiastico dà in affitto Bellaria-Igea Marina, Bordonchio e Fiumicino a Giovanni Paolo Baglioni, membro della nobile famiglia umbra dei Baglioni.
L’affitto durò almeno sino al 1520.
1553
Nel libro Descrittione di tutta l’Italia, Fra Leandro Alberti descrive il castello di Bellaria come un “assai nobile palagio”.
Ecco il passo in italiano corrente:
« …Proseguendo lungo questa strada, essa viene interrotta dal fiume Uso (Plusa), che Plinio chiama Aprusa e che sfocia nel mare presso Bellaria (Bell’aria), dove si trova un nobile palazzo costruito dai Malatesta sulla riva del mare.»

1616
Nel suo libro Sito riminese – volume II, pag. 26 – Raffaele Adimari scrive:
“Dalla Città, e dal fiume Marecchia verso settentrione e non molto lontano dal mare vicino alla foce del fiume Luso modernamente chiamato, ma però di molte centenara d’anni vi è il Castel adimandato Bell’aria posto in quel piano abbondante di grani, e biade …”
1769 – 31 ottobre
Giovanni Bianchi “Jano Planco” si trova a Bellaria e dopo aver visitato la chiesa di S. Margherita visita il vicino castello
“Vedemmo anche le relique del castello di Bellaria (…) un arco come fosse una porta che avesse il castello su Luso, e lungo le ripe del Luso sono grosse muraglie mezzo rovesciate nel Luso dalle grandi piene (…) Sulla ripa del fiume ci è un pezzo di terra, dove sono alcune piante di gelso che sono del Pubblico e che sono l’unico provento del capitano del castello e porto di Bellaria …”
G.L. Masetti Zannini, Diporti marini di Iano Planco da Ravenna alla Cattolica, “Romagna arte e storia”, n. 4, 1982
Il castello di Bellaria nelle mappe e le sue possibili ricostruzioni
Il catasto Calindri
Nel 1774 entra in vigore il catasto Calindri. Grazie alle indicazioni del professor Giovanni Rimondini è oggi possibile individuare con precisione i resti del castello.
Alla particella n. 25, verso il basso, si riconoscono : un bastione aperto presso la porta, affiancato da due torrette; la torre in angolo; il cortile con i resti degli edifici addossati alle mura. Sul lato del fiume sono visibili i resti di una torretta malatestiana a base poligonale; l’erosione fluviale ha già asportato parte delle mura verso Rimini.
Alla particella n. 30 è indicato il “ricetto” spazio destinato ad accogliere gli ultimi che volevano rifugiarsi, in caso di attacco, prima della chiusura della porta. Poiché tra essi potevano celarsi nemici, il ricetto, collegato direttamente alla porta del castello, permetteva di verificare l’identità degli arrivati prima di consentirne l’ingresso all’interno della fortificazione.

Una ricostruzione del castello
Nel disegno qui sotto è riportata una ricostruzione del castello, realizzata utilizzando i dati del catasto Calindri. L’immagine, che ho rielaborato e colorato, è tratta da Comune di Rimini e famiglia Malatesta di Angelo Turchini (Il Ponte Vecchio). Va ricordato che essa deriva da documenti della fine del Settecento, oltre due secoli e mezzo dopo l’abbandono del castello e il suo progressivo declino.
Alcune considerazioni:
- Le mura verso il fiume Uso risultano già crollata a causa dell’azione erosiva delle acque.
- La strada, in grigio, che corre parallela alle mura del castello, oggi è scomparsa; ma a poche decine di metri rimane ancora oggi la sua parallela, via Luigi Pompili.
- In basso a destra è visibile la chiesa di Santa Margherita.

Nell’immagine successiva, utilizzando una foto aerea, ho ricostruito il possibile perimetro del castello.

La prima e, al momento unica, immagine conosciuta del castello dei Malatesta a Bellaria Igea Marina.
L’unica raffigurazione storica del castello di Bellaria si trova nella “Mappa topografica della diocesi di Rimini alla fine del XVIII secolo”, oggi conservata e visibile presso il Museo della Città di Rimini.
Nell’area che ci riguarda sono indicati: Castellabate, Donegaglia, Bordonchio, la chiesa di Bellaria (la chiesa di S. Margherita a Bellaria Monte), la Torre di Bellaria (oggi la torre saracena) e il Castello di Bellaria.
La mappa, una tempera su carta, presenta una rappresentazione degli edifici apparentemente schematica ma in realtà molto accurata. Un esempio significativo è la chiesa di Santa Margherita, raffigurata in modo sorprendentemente simile allo stato attuale, con le tre finestre laterali e la croce sopra l’ingresso. È dunque ragionevole ritenere che lo stesso livello di precisione sia stato adottato anche nel disegno del castello.
Di quest’ultimo si distinguono chiaramente la porta di ingresso rivolta verso il mare, un’alta torre e altre strutture edilizie interne al complesso fortificato.


2023 – gennaio
Nel gennaio 2023 ho individuato un tratto di mura, o forse della torre, appartenente al castello di Bellaria. Fino ad allora le strutture erano rimaste nascoste sotto una fitta e intricata vegetazione; sono tornate visibili durante i lavori di sfalcio lungo l’argine del fiume Uso.
Si tratta della prima fotografia di una parte del castello di Bellaria dopo quella realizzata da Dellamore nel 1926.

Le mura del castello nella fotografia del 1926
Quello che segue è un documento unico: la fotografia scattata nel 1926 da Dellamore, l’unica testimonianza visiva che possediamo del castello di Bellaria. Guardando con attenzione l’estrema destra dell’immagine, si distinguono due uomini sulla sommità della torre, utili per stimarne l’altezza e rendersi conto dell’imponenza delle mura, dopo oltre quattro secoli di abbandono.

In conclusione
Il castello di Bellaria, pur non esistendo più, rimane un simbolo prezioso della storia della città.
E’ stato, da sempre, sottovalutato: considerato poco più che una fattoria fortificata. Anche in Storia di Bellaria – Bordonchio – Igea Marina,il volume più autorevole dedicato al nostro territorio, la sezione sul castello presenta errori e omissioni.
Eppure la realtà è ben diversa: il castello ha ospitato i più autorevoli rappresentanti della famiglia Malatesta, un Papa e diversi ambasciatori, ed era dotato di strutture difensive di rilievo.
Purtroppo disponiamo di pochissimi documenti, ma oggi — grazie a moderne tecniche di indagine non invasive — potremmo scoprire molto di più e restituire alla città un pezzo fondamentale della propria storia.
Note
- Clementini, Cesare, Raccolto storico della fondatione di Rimino e dell’origine e vite de’ Malatesti, 1617, p. 123 ↩︎
- Delucca, Oreste, Toponomastica Riminese, Luisè Editore, 2019, pp. 190-192 ↩︎
- Codice Pandolfesco, cc. 1r-2r, Biblioteca Gambalunga, Rimini ↩︎
- Codice Pandolfesco, c. 26r e cc. 27v-28v, Biblioteca Gambalunga, Rimini ↩︎
- Condottieri di ventura, “Galeotto Malatesta, signore di Rimini”, https://condottieridiventura.it/galeotto-malatesta-signore-di-rimini/, consultato il 10 febbraio 2026 ↩︎
- Masini, Niccolò II, Vita di Domenico Malatesta, 1597, p. 185, Biblioteca Malatestiana, Cesena:
“ Alli 15 poi di luglio 1382 gli avenne [a Galeotto] cosa di notabile dispiacere e disturbo conciosiaché passando Alberico da Balbiano quale havendo in ogni altro luoco havuto da tutti vittovaglia fuori che da Galeotto per essere colui inimico della Chiesa oltra lo havere fatto nell’suo ardere case, paglie e fieni giunto e fermato à Bell’aere, luoco per cascie, per pescagioni e per eleganza di habitatione e per copia di ogni sorte di alberi domestici dignissimo di essere tenuto in quelle delitie che da lui era meritissimamente tenuto con scortesia più che barbara afatto lo distrusse” ↩︎ - Clementini 1617, p. 157 ↩︎
- Gerola, Giuseppe, Il piccolo museo di S. Giovanni in Galilea in Ravenna Felix, 1916, fasc. XXIV ↩︎
- Clementini 1617, p. 279 ↩︎
- Clementini 1617, p. 188 ↩︎
- Clementini 1617, p. 397 ↩︎
- Tonini, Luigi, Storia civile e sacra Riminese: Rimini nella Signoria dei Malatesti, Vol. V/2, pp. 275-283, n. CX ↩︎
- Tonini, Luigi, Storia civile e sacra Riminiese, Vol. V/2, p. 429 ↩︎
- Clementini 1617, p. 579 ↩︎


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